Il comico caduto dalla luna Macario tra le ballerine e il grande teatro di prosa
L’addio quarant’anni fa Candido, surreale, è stato con Totò il signore del palcoscenico leggero del Novecento
Una sera il comico caduto dalla luna disse basta. Basta con la rivista, le «donnine», le passerelle; basta con il ricciolo sulla fronte, le giacche arancione, l’andatura «clopèn-clopan»; basta con «lo vedi come sei?», la frase che pareva un segnale, perché, al suo scoccare, sarebbe esplosa quella comicità surreale, candida, inceppata dalle consonanti, che avrebbe aperto la platea come il mar Rosso.
All’improvviso, Macario disse basta, e la sera del 16 gennaio 1970 apparve sul palcoscenico del teatro Alfieri a Torino quale protagonista di Le miserie ‘d monnsù Travet di Bersezio. Quella sera sembrava finire un mondo mentre se ne apriva un altro. Macario tornava definitivamente al teatro di prosa. Ma lo aveva mai lasciato? Il fatto è che Macario attore di prosa è sempre stato, anche sulla passerella, anche quando interpretava quei suoi sketch stralunati con il baffuto Carlo Rizzo, l’impareggiabile spalla. Aveva i tempi, la tecnica, i silenzi di chi conosceva tutti i trucchi.
Li aveva imparati da ragazzo con le filodrammatiche. Li aveva perfezionati lavorando al principio degli anni Venti nella compagnia di «balli e pantomime» diretta da Giovanni Molasso. Poi incontrò Isa Bluette, transfuga dell’operetta, che lo volle accanto a sé come «comico grottesco» nelle riviste che portava in giro per l’Italia, in quei teatri che sapevano ancora di Belle Epoque. Macario vi portò le prime macchiette segnate dal trucco pesante che, tra nasi di cartapesta, baffetti e sopracciglioni, lo facevano somigliare a Charlot. Finché non incontrò Petrolini, che gli disse di buttar via i trucchi e di usare la faccia. E Macario creò la propria figura di comico lunare col ricciolo imbrillantinato sulla fronte e gli occhi che ruotavano nel vuoto.
Chiusa la storia con Isa Bluette, ci fu la parentesi tumultuosa con Achille Maresca, dopo di che Macario divenne impresario di sé stesso e delle sue riviste. Arrivarono titoli quali Piroscafo giallo, Follie d’America, Febbre azzurra. Nacquero soubrette dai nomi diventati leggendari: prima fra tutte Wanda Osiris, che camminava col ventre in avanti e quando cantava stonava. Macario la plasmò come una creta. Nascose i difetti e illuminò le qualità, inventò la scalinata da cui la Wandissima scendeva con dieci boys da una parte e dieci girls dall’altra cantando Sentimental. E poi riempì il palcoscenico con le famose donnine bellissime e altissime.
Con un lavoro ferreo e a suo modo scientifico, Macario era diventato il signore indiscusso del palcoscenico leggero insieme con Totò, l’altra grande maschera italiana, che scoprì in un café chantant di Milano. Con Totò diventerà amico (uno dei pochi a cui dava del tu, gli altri erano Tognazzi, Nino Taranto e i De Filippo), gli regalerà il milione tondo guadagnato con il film “Come persi la guerra” per consentirgli di montare uno spettacolo, con lui interpreterà cinque film e lo guiderà sul set quando «il principe» era diventato quasi del tutto cieco.
Tre riviste all’anno, i film, l’organizzazione di un mondo onirico fatto di gambe, di palpebre blu, di lustrini, di sketch. Una fatica. E Macario, come per respirare, vi aggiungeva ogni tanto la prosa, commedie tra lingua e dialetto, copioni che si reggevano perché al centro c’era lui con la sua recitazione lunare. Poi il giro di boa. La rivista moriva sotto i colpi della commedia musicale di Garinei e Giovannini e Macario si decise. Si sarebbe dedicato alla prosa. Creò un proprio teatro, il Teatro Macario che nel 1977 apparve come un’epifania in via Santa Teresa a Torino. Qui Macario lavorò fino alla fine, fino al 1980. Recitava in “Oplà noi giochiamo” quando si sentì male. Fu diagnosticato il tumore che lo uccise il 26 marzo. E sul suo teatro, sulla sua «Bomboniera», subito si avventarono mani non troppo pulite. —
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