Nina Zilli: è arrivato il tempo di riscoprire l’umanesimo
La cantante si racconta in questi giorni drammatici: non è facile restare sereni
l’intervista
Il virus ha livellato vite comuni e vite strane, ha rinchiuso ognuno da qualche parte con i propri pensieri, paure, speranze, progetti che chissà quando si potranno realizzare.
Faremo su questo tema un piccolo tour virtuale a visitare personaggi che segnano la nostra epoca nel mondo della musica popolare; iniziare con Nina Zilli è corroborante, perché è un personaggio ironico e positivo, una vera emiliana anche se vive a Milano; interprete, autrice, donna di tv, apprezzata tanto per l’intelligenza quanto per la bellezza, non perde il punto nemmeno fra 4 mura.
Com’è una sua giornata di questi tempi, cara Nina?
«Perdo il senso dei giorni e dei numeri. In un certo senso, godo di tutti quei momenti che la vita di oggi non ti permette. Sono sempre in giro o in studio, ora mi viene in mente di quando ero piccola e malata».
Le capita di essere angosciata?
«Certo non è facile: quando scorrono le immagini dei letti messi in fretta in posti provvisori, o le brandine nelle palestre, anche se fortunatamente non abbiamo vissuto la guerra, penso che mancano le bombe ma stiamo vivendo una guerra batteriologica. Quando passa la polizia invitando con il megafono a rimanere a casa, mi viene in mente Blade runner. Penso spesso al Kubrick di 2001 Odissea nello spazio, con la scena della prima videochiamata dallo spazio: lì si capiva la voglia di comunicare, e l’importanza degli affetti. Le chiamate video sono abituali ora, ma hanno recuperato l’importanza che avevano».
La tecnologia può consolare?
«Mi è venuto in mente Kubrick perché di solito non uso la tecnologia, ma ora sì. Parlo spesso con i miei, all’Elba. Il fratello di mia nonna è morto in 3 giorni, a Piacenza, ma fortunatamente mamma, papà e nonna non sono lì, si sono salvati. Li ho mandati nella casa all’Isola d’Elba, alle prime avvisaglie. Ho faticato a far capire loro il pericolo, perché non se ne vede l’oggetto. Più si è grandi, meno si tende a credere».
Lei legge molto?
«Ho pensato tanto in questi giorni a un thriller famosissimo uscito nell’81 di Dean Koontz, The Eyes of Darkness?, che raccontava delle indagini di una madre alla ricerca del figlio che le avevano detto morto. La donna scopre un laboratorio cinese alle porte della città di Wuhan, dov’è stato sviluppato il “Wuhan-400”, un virus che colpisce solo gli umani e non può sopravvivere fuori dal corpo per più di un minuto. Un’assonanza singolare. E rifletto, certo: quando il capitalismo ti insegna che il tempo è denaro, forse ti insegna anche che il tempo è più importante del denaro, e sarà arrivato il tempo di riscoprire l’umanesimo. Con la crisi, ci si deve identificare come popolo: speriamo che il Paese, con un debito così grosso, non collassi».
Lei da Milano non è fuggita.
«Anzi, sono tornata. Ero a Napoli a registrare lo show musicale di Rai Uno, e ho capito che stavano per chiudere Milano. Mentre mi struccavano, ho noleggiato un’auto e ho guidato verso casa, sono arrivata alle 7.30 del mattino». —
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