La Nuova Ferrara

tra arte e storia 

Savelli, da Mantova a Ferrara nel nome del Rinascimento

Micaela Torboli
Savelli, da Mantova a Ferrara nel nome del Rinascimento

Le medaglie e le incisioni dell’artista si trovano nelle sale di Palazzo Schifanoia Nello studio di Scansani tornano alla luce le opere commissionategli dai religiosi

3 MINUTI DI LETTURA





C’è chi ha potuto viaggiare comodamente, altri invece hanno esplorato tra mille difficoltà territori inospitali, per il gusto dell’avventura. Nella ricerca esistono pionieri che disdegnano le vie già battute, sperando di trovare alla fine un tesoro nascosto. Prendiamo il caso di un artista del Quattrocento, Sperandio Savelli da Mantova. Conosciuto quasi solo dagli addetti ai lavori.

Le opere eseguite da Sperandio, di nuova attribuzione, o già note, hanno statura di capolavori? Forse che si forse che no, avrebbe detto Isabella d’Este marchesa di Mantova, dipende dai punti di vista. Savelli magari non sarà mai celebre come Van Gogh o Caravaggio: si tenga però conto che il primo in vita non vendette neppure un quadro, per poi piacere senza limiti quando ci furono le condizioni giuste, ed il secondo, nella sua immensità, per secoli è rimasto nell’ombra a causa del mutare dei gusti.

LO STUDIO

La tromba della fama non suona a comando. Marco Scansani, studioso mantovano, a Savelli ha dedicato la sua tesi di laurea, ma ne è rimasto irretito. Seguendo anche altre piste, con ricerche su artisti coevi a Sperandio Savelli, come Giovanni de Fondulis, ma ha proseguito a cercare Savelli. Sperandio fu soprattutto medaglista, ma anche scultore in marmo e appunto plasticatore – la scultura toglie materiale da un blocco, la plastica modella nel morbido –, nonché orefice come il padre.

Entrambi operarono nella Ferrara di Nicolò III e Leonello d’Este, poi dei duchi Borso ed Ercole I, non senza tornare talvolta a Mantova, dove i Gonzaga erano committenti preziosi, o servire anche gli Sforza di Milano e i Bentivoglio a Bologna. Ma Ferrara restava la base. Con qualche inciampo, come quando Ercole I d’Este fece condannare Sperandio a morte per “crimen lesae majestatis”, pena mai eseguita e di oscura motivazione. Regnanti e famosi chiedevano a Sperandio medaglie in cui il loro profilo esaltava il ruolo elevato, ispirandosi agli imperatori romani.

la storia

Era un abile fonditore, e a Venezia (dove morì verso il 1504) preparava cannoni. Quando si sonda il versatile Sperandio, come fosse terra e roccia in miniera, si percepisce al di sotto una gemma sepolta. Estrarla non è facile. Ma così c’è più gusto.

Scansani ha approfondito la storia di molte opere di Sperandio nate o rimaste a Ferrara, o quelle bolognesi, specie nel suo lavoro più recente, uscito in “Studi di Memofonte” (XXII, 2019). Sperandio aveva commissioni anche dagli ordini religiosi, ad esempio i Francescani. I quali, in ossequio alla loro predilezione per la modestia come principio di vita, scelsero la umile argilla per completare il monumento funebre di un discusso papa, Alessandro V, morto a Bologna nel 1410, l’unico pontefice tumulato in quella città. Come altri grandi plasticatori del ’400, quali Guido Mazzoni o Nicolò dell’Arca, Savelli sapeva modellare e dipingere statue incredibilmente realistiche.

Gli studi di Scansani sono disponibili sul sito sns.academia.edu. Va segnalato in specie quello del 2016 (“Nuovi studi” 22, XXI) dedicato all’influenza in ambito estense di Picatrix, un testo arabo cerimoniale scritto nel X secolo, che a Ferrara lasciò segni indelebili nelle complesse simbologie di Palazzo Schifanoia, grazie al colto Pellegrino Prisciani, sempre attento a queste preziosità. —





Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google