Raffaello, genio del Rinascimento Con Ferrara un conto in sospeso
Domani ricorrono i cinquecento anni dalla morte del pittore e architetto L’artista avrebbe dovuto svolgere lavori per Alfonso I d’Este, poi arrivò la febbre
Era nato ad Urbino un 6 aprile, anno 1483: Raffaello Santi, ovvero Santius o Santio, perciò Sanzio. Il nonno Sante aveva trasmesso il patronimico ai suoi. Figlio di Giovanni, discreto pittore e letterato (nella sua Cronaca rimata del 1487 citò anche i ferraresi Cosmè Tura ed Ercole de’ Roberti, come grandi dell’arte), ben noto a Isabella d’Este. La madre, della famiglia Ciarla, mancò quando Raffaello era bambino, e viene sempre citata con il nome Magia, ma sulla sua tomba, posta in San Francesco ad Urbino, si legge chiaramente Maglia, forse storpiatura di Amalia. Il giovane prodigioso pittore aveva un talento stupefacente, pur nel confronto fra i numerosi colleghi coevi di pari bravura e notorietà, cui mostrò una perfetta versatilità intellettuale (si cimentò mirabilmente nell’architettura, dirigeva cantieri, si curava della urbanistica romana, fu archeologo, ha lasciato scritti intensi ed un illuminante epistolario): la grazia particolare tanto del suo pennello, che della sua stessa persona, lo destinavano a primeggiare per sempre sulla scena dell’arte. Alla fine dell’inverno del 1520, Raffaello venne assalito da una febbre insistente, che all’inizio non preoccupò troppo i medici.
LA SCOMPARSA
In quel periodo il pittore si impegnava in alcuni lavori richiestigli da Alfonso I d’Este, come un dipinto dedicato a Bacco, ancora solo allo stato di abbozzo, e disegni per i camini dei Camerini d’Alabastro in Castello Estense. Raffaello aveva una ricca vita amorosa, forse una malattia venerea lo fiaccava. O fu malaria. Anziché festeggiare il compleanno, il 6 aprile 1520 lasciò questa terra. Il dolore fu generale. Partirono subito lettere da Roma per Ferrara. Il duca avrebbe poi riavuto dagli eredi del maestro il grosso anticipo versato per quanto promesso e mai consegnato. La tomba di Raffaello fu sistemata nel Pantheon. Reca tra l’altro scolpito un celebre epitaffio: “Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci Rerum Magna parens et moriente mori” ovvero “Qui sta Raffaello da cui, fino a che visse, Madre Natura temette di essere superata, e quando morì temette di morire con lui”. Questa frase, attribuita a lungo al grande Pietro Bembo, dopo attenti studi è stata data ad un letterato ferrarese amico del pittore, Antonio Tebaldeo. Poco noto anche in patria.
I COMPONIMENTI
Tebaldeo, latinizzato in Thebaldeus e perciò Tebaldeo, era lodato per la purezza del suo latino, ma scriveva anche in volgare, specie elegie ed epigrammi. Raffaello l’aveva ritratto. Altri poeti scrissero in latino alati versi in memoria dello scomparso. Molti di essi erano ferraresi.
Resta un componimento ancora del Tebaldeo, che annuncia la morte di Raffaello al comune amico mantovano Baldassarre Castiglione, invitandolo a celebrare a sua volta il genio dell’artista. Altro epitaffio uscì dalla penna del nostro Lilio Gregorio Giraldi, e lo seguì l’eruditissimo concittadino Celio Calcagnini. Il più memorabile di questi carmi porta però la firma di colui che scriveva tanto bene quanto meravigliosamente Raffaello dipingeva: Ludovico Ariosto. —
micaela torboli
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