La Nuova Ferrara

Mascherina sul volto

Ferrara chiusa al pubblico è triste come un diamante dimenticato in cassaforte Riunioni su riunioni, piani di emergenza e bare: il commissario morde il freno

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L’aria era quella di un marzo ancora avvinghiato all’inverno. Sembrava che la primavera stentasse a intiepidirsi dal momento che quel piacere non poteva essere condiviso con la maggior parte degli esseri umani.

«Mi spieghi un paio di cose, John? » Zuffi con una mano teneva il volante dell’Alfa e con l’altra armeggiava con il navigatore, mentre la mascherina se l’era calata sul collo.

«Dimmi». Rispose svogliatamente Falchi che si era perso a osservare le vetrine buie del centro di Ferrara. Rifletteva sul fatto che una città d’arte chiusa al pubblico è triste quanto un diamante dimenticato nel fondo di una cassaforte. «Ma penso che tu le risposte le conosca già, Aldo, probabilmente non le condividi».

«No, ti sbagli, sono davvero curioso».

«Spara! »

«Perché ti ostini a sederti sul sedile posteriore, quando di giorno lavoriamo fianco a fianco?».

«Perché se nel tragitto dovessimo fermare una persona, non saremmo credibili se non facessimo vedere che applichiamo per primi le regole».

A metà di via Bologna l’altro fece una curva senza commentare.

«A posto?».

«No, volevo sapere anche il motivo per cui hai insistito per partecipare a quest’operazione da bischeri quando è mezzanotte ed è da stamattina all’alba che ti fuma il cervello».

Falchi sollevò la testa e, attraverso lo specchietto, incrociò lo sguardo del suo secondo.

«Perché sono stanco».

«Appunto, potevi andare a casa…».

«Sono stanco di partecipare ogni giorno a riunioni su piani di emergenza, trasferimenti di bare, misure di prevenzione su possibili collassi del sistema, interazione con i contingenti dell’Esercito. Per una volta fammi fare qualcosa di banalmente operativo». Falchi abbassò il vetro perché gli era venuta voglia di respirare una boccata d’aria fresca, seppur attraverso il velo che aveva su naso e bocca.

«Ok, ok» Zuffi prima si grattò in testa poi imprecò per cercare di uscire dalla funzione navigatore e avviare una chiamata. Alla fine ci riuscì: «Fenili, siamo nella via».

«Ricordati di farmi da traduttore quando non capisco il lucchese stretto che parla» gli fece eco Falchi.

Gli studentati veri e propri distavano qualche centinaio di metri, nella via c’erano file di condomini in cui negli anni si erano alternati impiegati, artigiani, immigrati e – per l’appunto – studenti. L’agente li stava aspettando sull’auto civetta parcheggiata a bordo strada, mentre fumava adagiato sul sedile semi-reclinato. L’Alfa gli si affiancò. «Posso offrirti un drink? » lo sfottè Zuffi.

Quello buttò subito via la cicca e si mise la mascherina sul volto. «Buonasera…Buonasera dottore, ’un sapevo ci fosse anche lei».

«Gli allenamenti sono sospesi, avevo voglia di dare due pedate».

«Fenili qual è il condominio? » chiese Zuffi.

«’Sto qua» disse, indicando un parallelepipedo di cemento di cinque piani, colorato di giallo.

Falchi osservò il palazzo e i sei ingressi egualmente distanziati «Il tipo che ha fatto la denuncia abita nella stessa scala?».

«Sì, a piano terra. L’appartamento che c’interessa, invesce, è ’uello al primo piano, con le tre finestre e il bal’one da ’sta parte».

«Chiama lo spione, chiedigli se ha l’affaccio solo da una parte e fatti aprire il portone di ingresso».

Mentre l’agente telefonava Zuffi parcheggiò, poi lui e il commissario si spostarono a verificare le finestre: filtrava luce da due su quattro.

«Affermativo dottore, s’affas’cia solo da sto lato. La mascherina poi posso toglierla, ’un è chi poi si respiri bene»

«È una rottura di palle per tutti, Fenili, ma bisogna usarla. Tu poi devi stare quaggiù, posizionato sotto le finestre. Non voglio che qualcuno se la svigni con un salto».

«Oh dottò, ma du’ pedate nel ’ulo volevo tirarle an’h’io» si lamentò l’agente.

«Ci saranno tante altre occasioni, vedrai» lo consolò il commissario.

Giovanni Falchi e Aldo Zuffi salirono sul pianerottolo del primo piano: una manciata di metri quadri, su cui si affacciavano 4 porte. Non c’era bisogno di verificare l’interno: l’appartamento che interessava loro era quello da cui proveniva la musica. Un rap, o trap, di cui si capiva una parola su tre, perché le altre erano coperte da voci, risate, sghignazzi, come succede ad ogni festa.

«Suoniamo? » chiese sottovoce Zuffi.

«No, » rispose Falchi «cerchiamo di capire prima in quanti sono».

Nel frattempo si spensero le luci delle scale, i poliziotti furono avvolti dal buio e rapiti dai rumori che filtravano dalla porta: «Passa qua Lucio, dai, non fare lo stronzo!».

«Eh sì: c’ho messo una vita a procurarmi sta roba, almeno fammela gustare».

«Vuoi cambiare sto ceffo che canta? È una lagna da spararsi!». —

1- continua

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