L’epica di provincia nelle poesie di Govoni Ferrara e la vita rurale al di là delle mura
È uscito “Annuario govoniano”, il volume che racconta quei versi perennemente in volo sull’umanità e sul territorio che la ospita
L’INTERVENTO
C’è forse una poesia di Corrado Govoni che a me suona come epica e che mi sembra un grandioso affresco dell’universo ferrarese, fra città e campagna. Casa paterna è un minuzioso inventario delle cose e delle persone che al tempo di Govoni popolavano le grandi case contadine, descritte a modo suo, quell’elencare implacabile che traspare bene dall’Annuario govoniano (ed. La Vita Felice) curato da Matteo Bianchi e che fa parere viva anche la polvere, la cenere calda in cui vanno a dormire i gatti, i «tegoli gommosi», il sapone fatto in «pietre che aspettan la cottura», quel nominare le cose che come un’ingiunzione soprannaturale riesce a far volare «piccioni di mollica». La poesia comincia con una sfilata di mendicanti e invalidi che passano a chiedere l’elemosina e circondano la casa di una mesta presenza, delle «preghiere sbagliate dei poveri».
LO SGUARDO
Poi la cinepresa si sposta nelle stanze, sorprende le massaie che «cacciano le mani nei pagliericci» e al passaggio descrive l’arredo, un «acquasantino di stagno», la specchiera che dipinge fugaci quadri, sale in granaio a sorprendere i «topi di frumento» e le «dolci cose»: «crocchie di corda», «nidi di mota», «rotoli di corame», di nuovo soltanto oggetti ma gonfi di vita. Scende in cantina fra i «funghi smorticci» e «uno sciame di mosche dorate» e così via come da un quadro all’altro alzandosi poi sopra il paesaggio per filmare il trascorrere sereno delle stagioni che ruotano come in un caleidoscopio fra le strofe dove più potentemente si dipana la capacità di Govoni di trasformare ogni immagine nell’immagine di qualcos’altro, di ingrandire i particolari fino a far giganteggiare l’invisibile, il nascosto.
Dalle lucciole nella notte, «che ingrandivan l’oscurità» alle mosche che anneriscono la mostra del pendolo, alle vesciche dei pesci schiacciate «sopra le pietre lisce» al «frumentone» nello stomaco dei polli cui si è appena tirato il collo, al vomito dei gatti che ne hanno mangiato le interiora. Un’autopsia preventiva che non cerca spiegazioni scientifiche ma vuole mettere a nudo le cuciture che tengono insieme la brulicante realtà. Una realtà messa al microscopio, una disperata ricerca di senso attraverso l’ingrandimento che non cessa di disvelare visioni senza mai raggiungere il ristoro della verità, una corsa barocca a caccia del particolare che quasi rifugge lo spirito e si perde a guardare solo con gli occhi per non osare chiedere e non ricevere risposta. Govoni ha una pazienza e uno stomaco da tassidermista e quel che passa per la sua parola ne esce disossato.
UMANITà CASERECCIA
Una campagna amara e felice, una visione che si dipana dalle stanze, al cortile, ai campi fino a raggiungere lei, la città «piena d’insidia e meraviglie» che sembra troneggiare sul contado «lontana e magnifica» con le sue «mura rosse, altissime sventolanti di bucati stesi». Come erano forse più belle le mura di Ferrara quando erano soltanto il patrimonio della nostra umanità casereccia, con le mutande che sventolavano al posto degli stendardi del Palio! Sovrasta le strade il «duomo nero in cui dei diavoli ignudi facevano un’allegra zuppa di dannati» e il quadro finisce con «la città da cui sempre bisognava tornar la sera», non perché pendolari dell’ultima corriera ma perché le porte si chiudevano. Lo abbiamo dimenticato che se le città hanno porte è perché un tempo andavano chiuse e a prescindere dai doveri di dazio, è vero che Ferrara si è sempre tenuta chiusa al suo contado, ne ha sempre nutrito diffidenza.
Senza nessuna logica critica ma soltanto seguendo il filo di recenti riletture, questa immagine della città sprangata nella vastità della nostra campagna vuota mi porta alla mente un’altra casa romita. Quella del castello di Fratta e la sua vulcanica cucina nelle Confessioni d’un italiano di Ippolito Nievo. Una casa tutta diversa, una descrizione leggera e canzonatoria, dove la rovina non intacca nulla ma diventa una promessa di eternità, una spensierata decadenza priva di nostalgia e nessuna vergogna per il patetico «filo di spadino» che il signor Conte di Fratta porta «intralciato fra le gambe». Ha un bel daffare l’«edera temporeggiatrice» a ricoprire il castello e «fargli addosso paramenti di arabeschi e festoni». Nessuno si sogna di por mano al quel «manto venerabile» come nessuno si sogna di proteggere il campanile dai fulmini, sacrificandolo invece come parafulmine. Tutto l’opposto del povero Govoni, accanito a conservare anche le macchie d’umidità della sua casa antica. Ma il castello di Fratta sarebbe insignificante senza la sua cucina, che Nievo equipara nientemeno che alla Mole Adriana. Una cupola che si alza verso il cielo e sprofonda a terra come una voragine.
TEMPO E MEMORIE
Un «antro oscuro, anzi nero di una fuliggine secolare», «solcato in ogni ora del giorno e della notte da una quantità incognita di gatti bigi e neri, che gli davano figura di un laboratorio di streghe». Anche Nievo passa in rassegna mobilio e personaggi che popolano la cucina, cuoche e commensali radunati attorno al focolare sempre acceso. Ma qui palpita una specie di compiacimento, si delinea una casa eroica come i tempi di Nievo, che assieme al passato monumentale si fanno beffe dell’autorità, della tradizione e la lasciano felicemente marcire. Non così Govoni, che conclude la sua poesia con un fuoco d’artificio di nostalgia per la casa antica, ora trasformata da una modernità irrispettosa dei ricordi. «Ed io son grande e non credo più a nulla» dice il poeta e maledice il becchino che falcia il «fieno grasso» sulle tombe dei suoi morti e rimpiange i giorni che adesso chiama “felici”, in cui ha «imparato a piangere». In tutto questo disfarsi e sbriciolarsi di tempo e di memorie, restano però intatti fino alla fine, solidi come marmo, i «quieti colombi di mollica».
CAROTAGGI DELL’ANIMO
Casa paterna è una specie di presepe del mondo ferrarese che fu, da accendere ogni tanto per farlo rivivere davanti ai nostri occhi come una visione da piccola fiammiferaia. Ma a rileggere questa poesia viene da pensare che la cosa non può finire qui, che forse toccherebbe ai nostri poeti contemporanei aggiornare periodicamente la memoria ferrarese con una loro Casa paterna, una poesia che faccia eco a quella di Govoni e che da un’epoca all’altra continui a raccontare la Ferrara che muta e mai cambia. Un inventario aggiornato insomma, una collezione di reperti nostrani, per rendere omaggio al poeta e dall’aldiquà rassicurarlo, ché neanche noi buttiamo via niente e che i suoi carotaggi dell’animo non sono stati invano. —
DIEGO MARANI
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