La Nuova Ferrara

Dove sono gli altri?

In casa c’erano fumo, bottiglie di superalcolici sparse e bicchieri di plastica assiepati  «Lucio si sforzò di sostenere lo sguardo dando sfoggio di abbondante arroganza»

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Falchi si è aggregato ad un intervento per schiamazzi. Suona all’appartamento, chi è dentro non vorrebbe tradire la propria presenza, figuriamoci aprire la porta. Ma il commissario sa essere convincente.

All’interno non c’era un ingresso vero e proprio, la porta si trovava a metà tra una cucina che sembrava bombardata tanto era in disordine, e un salotto con una serie di poltrone e divani uno diverso dall’altro.

«Sei il proprietario?» chiese l’ispettore.

«Affittuario, sono uno studente di Giurisprudenza». Era un soggetto alto e magro come un’acciuga, gli occhi circondati dalle occhiaie e il grugno di chi aveva voglia di litigare.

«Generalità».

«Lucio Tommasin, sono di Treviso»

«Vuoi chiamare un avvocato di fiducia?»

«E per cosa?»

«Per difenderti dalle accuse che ti stiamo per fare» intervenne Falchi.

«Io, non ho fatto nulla»

«In quanti vivete qua dentro?» Falchi si trattenne dall’aggiungere in questo porcile.

«In due».

«E l’altro dov’è?»

«Non lo so, era andato a buttare la spazzatura, forse si è fermato a fumare una sigaretta…»

Zuffi colse l’assist. «Fammi capire, Tommasin: le sigarette il tuo amico le fuma fuori mentre qua dentro sembra di essere in un narghilè travestito da appartamento?»

Lo studente accusò il colpo, ma fece spallucce. «È uso personale. E comunque era roba che ci avevano dato mesi fa».

«Certo» commentò Falchi che mosse un paio di passi all’interno, facendo indietreggiare il padrone di casa. «Visto che sei un uomo di diritto, avrai sentito parlare del Decreto Iorestoacasa che impone il divieto di assembramenti, no?»

«Sì, lo conosco. Ma io e il mio coinquilino viviamo qua».

«Da fuori abbiamo sentito diverse voci, hai detto che il tuo coinquilino è fuori».

«Ho detto che non so dove sia. Io stavo ascoltando un programma in tv e c’era un video acceso sul computer, ecco perché sentivate delle voci…» Lucio si sforzò di sostenere lo sguardo del commissario dando sfoggio di abbondante arroganza.

«Permetti? Falchi si addentrò nella cucina. Il tavolo era sgombro ma sporco di briciole e chiazze disomogenee, nel secchiaio erano state collocate tre diverse bottiglie: gin, vodka, e rum. Sul bordo erano assiepati almeno 10 bicchieri di plastica contenenti liquidi di vari colori, cartoni di succo di frutta, lattine di birra, cola e tre bottigliette tascabili di grappa ancora sigillate.

«Certo che per essere in due avete una bella sete!»

Tommasin ora focalizzava il pavimento in linoleum, le mani in tasca e le narici dilatate, mentre provava a cercare di ribattere.

Il commissario osservò che la porta finestra del balcone era semichiusa e ne approfittò.

«Ti spiace se cambiamo un po’ l’aria?»

Quando lo studente sollevò lo sguardo Falchi aveva già entrambi i piedi in terrazzo e gli sentì dire: «Buonasera, lei è quello allergico al fumo?»

A palesarsi fu un pacioccone, riccioluto e paonazzo, che aveva l’aria di volersi trovare da tutt’altra parte.

Prima di rientrare il commissario si affacciò in strada: «Fenili, direi che puoi salire. È sceso qualcuno?»

«Un se visto nessuno, dottore». Il commissario non capì, ma evitò di proseguire il dialogo cielo-terra.

«Davide Favaretto, nato a Treviso nel 1998 e residente a Montebelluna», Zuffi stava leggendo la carta d’identità del secondo studente.

«Anch’io sono domiciliato qui, come studente. C’è il mio nome sul contratto di affitto, sa agente?»

«Ispettore» precisò Zuffi senza farsi intenerire. Il tipo arrossì ulteriormente.

«Bene, due domande» riprese le redini Falchi. «Dove tenete l’erba e dove sono gli altri?».

Tommasin riacquistò tono e arroganza: «Ancora? Ve l’ho già detto che non c’è altra gente qui!»

«Se è per quello dicevi pure che il tuo amico era fuori a buttare il rusco. Vediamo di farla breve» Falchi si rivolse al timidone dei due. «Favaretto, per cortesia, io sono di Milano e sto cercando un appartamento di queste dimensioni in zona. Lo mostreresti a me e al collega?»

«S..sì» balbettò «lì c’è la cucina…»

«Quella l’abbiamo già vista».

Zuffi lo anticipò entrando nel bagno. Dovette fare il solo sforzo di accendere la luce per trovare la prima sorpresa, doppia per giunta. «Tana!».



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