Dalla delicatezza di Boldini alla metafisica di Carrà Così la vita corre sulla tela
Nelle opere degli artisti ferraresi la città estense tra isolamento casalingo e piazze vuote Anche De Chirico, de Pisis, Domenichini e Pisa sono tra gli indagatori dell’animo umano
SGUARDI
Angelica, trasportata magicamente su una spiaggia solitaria nell’ottavo canto dell’Orlando furioso, resta impietrita da quanto le accade. «Quando si vide sola in quel deserto/ Che a riguardarlo sol mettea paura/ (...) Fermossi in atto ch’avria fatto incerto/Chiunque avesse visto sua figura, /S’ella era donna sensitiva e vera, /O sasso colorito in tal maniera».
Solitudine, timore, nessuno all’orizzonte, senso di abbandono. La pandemia, che entrerà nei libri di storia, ed i suoi effetti stranianti, probabilmente avvicinano tutti allo stato d’animo di Angelica, descritto da par suo da Ariosto. Anche nella Ferrara “radiosa e magnetica”, come la celebrò Carlo Bassi, si accende la nostalgia per la normalità. Non potendo percorrere con la consueta calma le sue strade, o godere dei rapporti amicali come della vita che pulsa dentro e fuori le case, l’arte supplisce e corrobora la fantasia e la mente filtra le immagini grazie ai quadri dei pittori ferraresi, o di quei maestri che a Ferrara resero omaggio pur non essendovi nati.
COLORI VITALI
Era ferrarese Alberto Pisa (1864-1936), autore di acquarelli che svelano le bellezze della città, per lo più evitando di aggiungere figure umane, senza che questo renda la visione triste, e anzi la luce intensa di sole e colore esplode di forza vitale. Ferrara sfolgora nel vuoto simbolico. Che ha origini remote.
IL LUNGO ADDIO
La stagione estense, la Ferrara ducale, che si immagina tanto animata e densa di abitanti, aveva perso colpi già prima della Devoluzione del 1598, come testimoniava Michel de Montaigne che la visitò nel 1580: i viaggiatori dei secoli successivi, nei loro scritti, ne avrebbero sottolineato la vastità sproporzionata rispetto al numero degli abitanti, sempre calante dopo il cambio di regime. Il lungo addio ai trionfi estensi lasciò aperta una vena melanconica nell’immaginario artistico, complice una atmosfera intellettuale intimista, quando non decadente in anticipo sui tempi. Per due secoli la mancanza di pittori di levatura paragonabile a quella del passato ferrarese condusse a un bilancio poco lusinghiero del panorama artistico, una situazione che si sbloccò solo a partire dall’Ottocento, grazie pure ad una inversione demografica. La pittura fu a lungo concentrata su temi sacri, perché la committenza richiedeva questo. Tornare al mondo figurativo più inclinato al privato non fu facile. La società aveva la casa come centro operativo famigliare, le donne ne erano il fulcro, popolane o borghesi che fossero: tutte istruite per essere accorte massaie, ben poche avevano l’istruzione ed il modo di sentirsi sole, in quei nuclei spesso numerosi. Tra le soste della giornata, era fissa quella per la preghiera, anche casalinga. Intesa in parte come atto religioso, ma inserita in un pensiero profondo di speranza o desiderio. Alla meditazione, o preghiera, si ispira un dipinto di Gaetano Domenichini del 1840 (Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara), nel quale la giovane ritratta sembra più una figura romantica che una devota.
MOMENTI QUOTIDIANI
La dimensione domestica si legge anche in un’opera di Giovanni Boldini (alcuni propongono vi fosse l’intervento del fratello Pietro) eseguita nel 1855, quando era ancora ragazzino, e rappresenta il giardinetto sul retro della casa natale di via Voltapaletto, oggi via Savonarola n. 10. Giochi e chiacchiere. Fa parte anch’essa delle collezioni delle Gamc cittadine. Una abitazione affollata di bimbi, la sua, dove le donne non avevano certo modo di distrarsi spesso e uscire in ghingheri, perciò il cortile poteva essere uno spazio godibile come una valvola di sfogo. Singolare, dato il suo carattere frizzante ed estroverso, è il sentire assorto di Boldini riversato in due dipinti del 1870, oggi in collezioni private, ambientati nella soffitta della casa ferrarese dello zio Luigi, un ricco avvocato che aveva lo studio in via Borgonovo, poi via Cairoli n. 18. Stanza con strepitosa vista sulle torri del Castello Estense. Nel primo olio, accanto alla finestra sta seduta una giovane vestita con un abito modesto e di poco prezzo, pensierosa: forse una delle sorelle di Giovanni. Nel secondo si vede un ragazzo scamiciato, i gomiti appoggiati sul davanzale, indifferente alla bellezza che gli sta davanti. Entrambi immersi nei loro pensieri, soli e annoiati. Il ripiegarsi nella sicurezza delle quattro mura domestiche, consolatoria, svela in pittura sottili sfumature psicologiche le quali sottendono, in tutta modernità, a inquietudine e insoddisfazione.
L’INCOMUNICABILITà
È la modernità incipiente, che solo il Novecento avrebbe introdotto appieno, frantumando l’intera società in nuovi rivoli dinamici. Non senza originare quella che l’arte, i filosofi esistenzialisti, scrittori come Luigi Pirandello e poi cineasti come Michelangelo Antonioni, avrebbero sintetizzato come “incomunicabilità”, assenza di condivisione emotiva, gelo misterioso dell’anima. Più che mai a Ferrara le Muse saranno Inquietanti, severe sfuggenti disumanate, dato che il capolavoro massimo della pittura metafisica fu eseguito in città da Giorgio de Chirico nel 1917.
È arcinoto che il maestro trascorse il periodo della Prima Guerra Mondiale a Ferrara, producendo qui le sue opere più famose ed originali, ossessionato da piazze deserte e edifici dalla fantastica geometria. Oltre ad elaborare una visione mentalistica degli interni, significati da oggetti-simboli quotidiani ma doppiogiochisti. Lo stesso fece qui il fratello Alberto Savinio, non meno abile artista, entrambi pure grandi scrittori. De Chirico aveva la solitudine come destino, «fu un uomo profondamente solo, un monumento in una piazza vuota. La solitudine aleggia impietosa su tutta la sua vita» (G. Mori).
BEATA SOLITUDINE
Anche Carlo Carrà, piemontese ma lombardo d’adozione, a Ferrara nello stesso periodo dipingeva quadri di estrema sintesi delle linee, metafisici come le parole di mediazione filosofica tramite una mutazione onirica della realtà e delle forme con scopi simbolici. Ma era Giorgio la testa pensante, e il Carrà a lui più vicino, ad esempio quello di Solitudine (collezione privata) del 1917, è più dechirichiano di De Chirico. Ferrara era la base ispiratrice. Anche cercando di seguire la strada tracciata dai compagni metafisici, che frequentava assiduamente, un ferrarese totale come Filippo de Pisis (1896-1956) non raggiunse lo stesso equilibrio compositivo e tecnico che gli amici suoi sopracitati ottenevano, studiando e dosando, dato che il suo talento era disomogeneo ed irregolare. Stravagante, perennemente insoddisfatto ed autocritico, le sue opere trasudano disfasia come un linguaggio incapace di ordinare le parole in modo logico. Benissimo comunque, ma impotente a confrontarsi sullo stesso piano dei metafisici “ordinati”. La sua bizzarra stanza-museo-atelier del palazzo di via Montebello n. 33, in cui viveva da giovane e in cui svezzava le sue solitudini, era il covo di una invincibile diversità. Le sue sortite all’esterno, nella “città pentagona”, erano sempre un’avventura. In casa nacque la sua propensione per la Natura Morta, in cui eccelleva. Al suo disagio avrebbe sempre portato aiuto la pittura, sola beatitudine in beata solitudine, tormento ed estasi. —
MICAELA TORBOLI
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google