La Nuova Ferrara

Voi peccate di fantasia

“Sapete per chi mi dispiace? Per le vostre famiglie che vi mantengono e pagano le conseguenze” Tra le studentesse c’è anche una minorenne. «Ma io abito qui vicino, stavo andando a casa»

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Nell’appartamento i segni di una festa, ma lo studente giura di non avere ospiti. Falchi li trova. .

Dentro al box doccia, chiuso da due porte trasparenti, c’erano due ragazze che probabilmente non vedevano l’ora di essere scoperte, visto che lo spazio interno era poco più di un metro quadro.

«Non devo neppure chiedervi di rivestirvi: ccomodatevi pure in cucina e mettete sul tavolo i documenti». Le due passarono, lisciandosi i capelli e abbassando la testa.

«Nel contratto di locazione figurano anche le signorine o in questo caso è un subaffitto, avvocato Tommasin?» chiese Falchi, notando che il giovane si era accasciato su una poltrona imprecando in silenzio.

«Rimangono solo due stanze». Zuffi si era introdotto nella prima delle due camere da letto e vedendo un’anta dell’armadio leggermente socchiusa, la spalancò. Poi si fece una mezza risata: «Amico mio, sei rimasto alle commedie anni ’80. Torna pure nel presente» disse, rivolgendosi a un ragazzotto che si scostò di dosso felpe e maglioni appesi, prima di uscire.

«Se tanto mi da tanto, voi universitari di oggi peccate in fantasia» disse l’ispettore, pescando l’ultimo clandestino sotto il letto della seconda camera. Operazione che gli stava riuscendo per via di un fisico più gracile di quello del padrone di casa.

«Ricapitoliamo: Tommasin e Favaretto, entrambi trevigiani, abitano qui. Poi abbiamo Bianca Marini di Ferrara, Gisella Gentile, Cosimo Rizzi e Nicola Orlando della provincia di Taranto, tutti studenti. Tra l’altro…» Zuffi si dovette interrompere perché qualcuno bussava alla porta mentre i giovani, a distanza di un metro, erano in salotto, chi seduto sulle poltrone, chi in piedi, in attesa di capire cosa conseguisse dopo l’appello.

Falchi prima di aprire scrutò dallo spioncino. Era Fenili. Teneva in mano un sacchetto trasparente il cui contenuto era facilmente distinguibile. «Son’ sicuramente più di venti grammi: è volato giù dall’alto» sorrise l’agente.

«Possono averlo gettato anche da un’altra parte» l’animo pugnace di Lucio Tommasin riprese vigore.

«Bene, facciamo così» lo sfidò Falchi: «il sacchetto lo mandiamo alla Scientifica per un’analisi. Se sopra ci sono le impronte di uno di voi, andate tutti a processo, chi per spaccio, chi per consumo, e tutti quanti risponderete per violazione delle norme del Decreto sul contenimento del coronavirus. E le sanzioni sono anche state inasprite».

L’elenco delle prospettive provocò il pianto delle due ragazze, ma Falchi non si arrestò. «Quello che non tollero è che siete tutti studenti, persone istruite, regolarmente connesse e quindi informate sulla tragedia che stiamo vivendo. Eppure questo non basta a fermarvi dal fare cazzate». Il commissario fece una pausa per guardarli negli occhi uno dopo l’altro, anche se i più preferirono abbassarli. «Inutile che vi stia a ripetere che così facendo rischiate di affollare i letti degli ospedali perché chiaramente ve ne fregate sia di chi soffre che di chi si fa il mazzo per curare tutti, indistintamente. Sapete per chi mi dispiace? Per le vostre famiglie che già fanno degli sforzi a mantenervi lontano da casa e ora dovranno pure pagare le conseguenze delle vostre bravate!»

Ora le ragazze erano due fontane, tutti gli altri avevano gli occhi arrossati a esclusione di Tommasin che continuava a esporre il suo piglio da duro.

«Chiediamo scusa…» provò a lagnarsi Favaretto.

Falchi lo ignorò. «Perdonami, Aldo, cosa stavi dicendo prima che arrivasse Fenili?»

«Che una studentessa, Bianca Marini, ha diciassette anni, è minorenne»

«Abito qua, la scala dopo questa. Loro sono miei amici» precisò, strofinandosi il fazzoletto sotto al naso. «Stavo per tornare a casa quando avete suonato, glielo giuro!».

Falchi estrasse un blocchetto e una penna e lo mise sul bracciolo della poltrona dove era seduto Tommasin. «Scrivimi il nome del tipo che vi procura le droghe».

«E chi lo conosce il nome?» reagì quello.

«Scrivi tutto quello che conosci: dove e come ve la siete procurata. Ti lascio cinque minuti di tempo». Poi rivolto a Fenili e Zuffi: «In bagno c’è un secchio, me lo portate qui insieme alle bottiglie di superalcolici della cucina?». I sei, a semicerchio, parvero più perplessi che mai, e un po’ lo erano anche gli altri due poliziotti.

Arrivato quanto chiesto Falchi versò quello che rimaneva della bottiglia di gin nel secchio e chiese ai colleghi di fare altrettanto con le altre bottiglie. Zuffi si avvicinò all’orecchio del superiore «Guarda che ci stiamo avvicinando al reato di tortura…»

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