Sepúlveda battuto dal coronavirus Ha unito fantasia e impegno civile
Lo scrittore aveva 71 anni, era ricoverato da fine febbraio L’esordio nel 1989, romanzo da 18 milioni di copie vendute
Lo scrittore cileno Luis Sepúlveda è morto ieri nell’Ospedale centrale di Gijon, nelle Asturie, dove risiedeva da tempo. Aveva 70 anni e dal 29 febbraio era ricoverato in terapia intensiva, in coma indotto, dopo che gli era stato diagnosticato il coronavirus. Aveva avuto i primi sintomi il 25 febbraio, al rientro dal festival letterario Correntes d’Escrita, a Póvoa de Varzim, in Portogallo, e il suo medico ne aveva inizialmente disposto il ricovero nel Sanatorio di Covadonga, sempre a Gijón, per sospetta polmonite. Anche la moglie, la poetessa Carmen Yáñez, 66 anni, era stata ricoverata per sintomi sospetti, ma da due settimane è negativa ai test.
Paola Del Vecchio
Una vita di formidabili passioni. A svelarne gli ingredienti era stato lui stesso nell’omonimo libro autobiografico edito da Guanda, l’editore amico di sempre. Luis Sepúlveda, il cileno errante radicato nelle Asturie dopo la lunga stagione di impegno e d’avventura nel Cile di Allende, solcando i mari con i guerrieri di Greenpeace o in viaggio nel deserto di Atacama e nella gelida Patagonia, ha perduto la sua ultima battaglia. Contro un nemico infido e invisibile. Incrociato per caso lungo il suo instancabile cammino, fatto di scrittura, impegno politico, lealtà e amicizie, esilio, amore per l’ambiente e, sotto traccia, la passione per la vita stessa, che alimenta ogni riga scritta. La letteratura «come modo migliore per cancellare le frontiere». Nelle sue parole, l’unica che vale per dare voce a chi non ha voce, per raccontare storie di un mondo possibile. Nato a Ovalle, in Cile nel 1949 e con sangue materno mapuche nelle vene, Luis Sepúlveda – «Lucho» per gli amici più intimi - lo ebbe chiaro fin da ragazzino, quando a 13 anni tradì il sogno di diventare calciatore per abbandonarsi a quello di un giovane e poi sbiadito amore. Ma che lo fecondò con la scoperta fulminante dei versi di Neruda. I primi anni della gioventù li aveva trascorsi a Valparaíso, in compagnia del nonno paterno, anarchico andaluso, dello zio Pepe e delle letture di Salgari, Conrad e Herman Melville. I primi passi da scrittore al liceo di Santiago, con le poesie sul giornalino dell’istituto, alternate ai ciclostili in proprio di racconti piccanti, che poi vendeva ai compagni di scuola. Prima degli studi in produzione teatrale all’Università Nazionale del Cile, l’ingresso a 15 anni nella Gioventù comunista, dalla quale fu però espulso nel 1968. Poi, l’anno seguente, la borsa di studio all’Università Lomonosov di Mosca frequentata della nomenklatura: doveva durare 5 anni ma durò 5 mesi, perché gli fu ritirata per «atteggiamenti contrari alla morale pubblica».
GLI ANNI SETTANTA
Comincia così la sua vita di cileno errante. Con il diploma di regista teatrale allestisce spettacoli clandestini contro la dittatura, scrive racconti che, grazie a «un buon amico», pubblica nella prima raccolta Crónicas de Pedro Nadie, con cui vince il premio Casa de Las Americas. Riconosce la grande influenza iniziale avuta su di lui dallo scrittore cileno Francisco Coloane. Ed è anche sotto il suo influsso di esploratore che arriva a farsi impiegare come mozzo di cucina su una baleniera. Ma i suoi ricordi più fulgidi Lucho li ha sempre riservati al «compagno presidente» Salvator Allende, del quale - dopo l’ingresso nel partito socialista - divenne membro della guardia personale. Sepúlveda è al seguito del presidente quando, l’11 settembre 1973, il golpe di Pinochet mette fine all’esperienza socialista in Cile. Viene incarcerato e torturato. Riesce a ottenere la libertà condizionale grazie all’intervento di Amnesty International ma, dopo un anno in clandestinità, un nuovo arresto e la condanna all’ergastolo, è costretto all’esilio.
Dopo lunghe peregrinazioni attraverso l’America Latina – in Argentina, in Brasile, in Ecuador e nel Nicaragua sandinista, dove nel 1979 si arruolò nelle Brigate Simon Bólivar - si trasferisce in Europa. Prima ad Amburgo, dove dagli inizi degli anni Ottanta è uno dei più noti corrispondenti della stampa tedesca, partecipando alle campagne di Greenpeace in tutti i mari. E poi a Gijon, nelle Asturie, dove ha vissuto durante gli ultimi due decenni con la compagna della sua vita, la poetessa Carmen Yáñez, che aveva sposato in prime nozze, da cui aveva divorziato e che aveva poi risposato dopo l’intermezzo del matrimonio con una donna tedesca.
MILIONI DI COPIE VENDUTE
È del 1989 l’esordio letterario con Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, in cui condensa la passione per Melville, i riferimenti alla sua terra d’origine e all’amore, che gli darà subito riconoscimento mondiale, con 18 milioni di copie vendute. E resterà un tema ricorrente nei suoi scritti. Seguito da Il mondo alla fine del mondo, romanzo teso e dolente sullo scempio del pianeta in nome del profitto, ambientato in gran parte nella terra che più ama, la Patagonia. La stessa che farà da scenario a Un nome da torero e a Patagonia Express. Ma il suo universo poetico, in tutta la sua semplicità, a partire dai sogni come motore autentico di tutte le passioni, resta scolpito nelle favole. Come Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. Il vero coraggioso è colui che conosce la paura ma sa vincerla: solo così impara davvero a volare.
DIFENDERE LA TENEREZZA
Il suo realismo non è privo di magia, ma afferrata alle realtà sociali e geografiche di un pianeta – non solo il continente latinoamericano - dalle vene aperte. Favole come Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà o Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, che traspirano il fascino della letteratura orale e inducono il lettore a costruire l’universo del testo solo con il potere dell’immaginazione. Favole per fare della scrittura «una difesa della tenerezza, con forza e perfino con rabbia».
«I miei nonni raccontavano storie», aveva ricordato Sepúlveda a ottobre scorso, nel suo settantesimo compleanno. «Allo stesso modo mio zio materno, che era mapuche. Grazie a lui credo nel carattere orale della narrativa. Scrivere non è altro che trasferire sulla carta questa vecchia arte dell’oralità, questa vecchia passione di raccontare storie…». Storie destinate a sopravvivergli. —
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