Palazzo Paradiso, il Ginkgo biloba e il primo orto botanico di Ferrara
L’esotismo dell’albero e i suoi colori autunnali hanno ispirato pittori e artisti Nel 1797 uscì Farmacopea Ferrarese con studi, consigli e usi medicamentosi
Primavera, impazzano i colori. I fiori sbocciano e i profumi riempiono l’aria. Andar per pachi in questo periodo non è possibile ma, in attesa di poterlo fare, può essere bello e, perché no, anche consolatorio, ripercorrere storie e tradizioni ferraresi. Si potrà così scoprire una città già green, anche in tempi non sospetti.
IL FAMOSO GINKgO
L’Orto Botanico antico di Ferrara in Palazzo Paradiso fu voluto dal cardinale Gian Maria Riminaldi nel ’700. Luogo eletto, in quanto Paradiso deriva dal greco paradeisos, ovvero giardino. Di esso resta un angolo stupendo nel giardino dell’edificio, ora biblioteca Ariostea: ne è testimone lo spettacolare Ginkgo biloba maschio che fu tra i primi alberi piantati nell’Orto, scelto in quanto se ne può ricavare una serie di sostanze medicinali anche oggi usate. I Ginkgo, fossili viventi, maschi e femmine, giunsero in Italia, a Padova, dall’Oriente, intorno al 1750. Hanno ispirato i pittori europei per l’esotismo e i loro colori autunnali che esplodono in una nuvola dorata, come si vede in modo stilizzato nel Fregio di Palazzo Stoclet a Bruxelles, un mosaico eseguito su cartoni di Gustav Klimt nel 1909. Ma il Ginkgo è magnifico anche spoglio e, così, diventa simile agli alberi di Piet Mondrian presi nel loro aspetto d’inverno.
L’hanno amato le arti decorative (specie in epoca Art Nouveau) per via della forma elegantissima delle foglie, a ventaglio, cantata da letterati come J. W. von Goethe, il quale nel 1815 le dedicò una poesia, scritta in una lettera per un’amica, sulla quale incollò due foglie di Ginkgo. Tra i curatori dell’Orto ferrarese, del quale resta una mappa dettagliata, vi fu Antonio Campana (1751-1832), che ebbe la carica di Prefetto dell’istituzione. Il botanico, essendo pure medico, scrisse una apprezzatissima Farmacopea Ferrarese che uscì nel 1797, ebbe diverse edizioni sempre ampliate e fu tradotta in varie lingue. Un tempo ogni grande città aveva la propria farmacopea. In seguito tutti gli usi locali vennero convogliati in un organismo nazionale. F. U. è la sigla della Farmacopea Ufficiale della Repubblica Italiana, che prosegue la tradizione unificante iniziata nel 1892 con il Regno d’Italia, ed è un testo, giunto alla dodicesima edizione, dove le sostanze medicinali vengono descritte ed organizzate. Nel libro ferrarese di Campana si parla tra l’altro di molti tipi di febbri, curati con rimedi naturali ed elaborati chimici.
L’ERBARIO DI CAMPANA
L’elenco è lungo, si va dalla terzana alla quartana, la nervosa, la puerperale, la sinoca (continua), la reumatica, la terribile “etica” altalenante nei tisici che si ritrovavano i “pulmoni ulcerati corrosi con escreato sanguigno e marcioso”, e molte altre. Cita anche potenti febbrifughi, specie quelli derivati dalla china, la china-china, gialla/rossa/grigia/ ranciata”. Insegna come usare la chinina ovvero il chinino, il “kino”, che richiama oggi due sostanze di cui si parla molto nella lotta al coronavirus, cioè la clorochina e l’idrossiclorochina. Cinchona è il nome scientifico delle numerose piante americane da cui si traggono le varie tipologie di china e il chinino, estratto dalle cortecce, è un alcaloide naturale che cura dolori e febbri. Il nostro Campana ben conosceva gli studi di Pierre J. Pelletier, che nel 1819 isolò, insieme ad altri, il chinino. L’Erbario di Campana, ricco di piante disseccate, è tuttora conservato nelle collezioni dell’università di Ferrara. —
MICAELA TORBOLI
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