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La notte più nera: Argenta, i fascisti e la morte di Gaiba

L’antifascista fu ucciso nel maggio del 1921, a forza di calci e bastonate. Al processo i colpevoli furono assolti e la vittima dimenticata 


24 aprile 2020 GIUSEPPE MURONI


Racconto inedito di Giuseppe Muroni, docente e storico ferrarese, ispirato alle ultime settimane di vita di Natale Gaiba; socialista argentano ucciso per mano fascista a quarant’anni.

La notte del 16 aprile 1921 Argenta è stata assediata. Ora è fascista, nera, lugubre, odora di stantio, come gran parte della provincia. La bandiera rossa è stata ammainata e quella nera ha iniziato a gonfiarsi proprio di fronte all’antica torre della Porta Primaro. Luchino, un bambino di dieci anni, dietro gli scuri della finestra, ha provato a sbirciare dalle fessure ondeggiando col capo per seguire l’uomo nero col fez in testa che ha trascinato in mezzo alla piazza un signore ben vestito. Dietro alle porte e alle finestre ci sono centinaia di persone a spiare in silenzio cosa succede, ma nessuno esce, nessuno dice niente per il timore di ingerire secchiate di olio di ricino. L’olio se lo beve il sindaco Zardi dopo aver firmato una dichiarazione in cui si impegna ad abbandonare la carica; come lui altri venticinque consiglieri su trenta rinunceranno al ruolo.

Natale Gaiba, invece, insieme agli altri quattro consiglieri, è scappato. La notte è profonda, spettrale, labirintica. Corre solitario, disperato, senza mai voltarsi indietro: le scarpe si riempiono di terra, le bretelle gli tirano il petto, il fiatone si trasforma in attacco asmatico, il respiro è sincopato, il cuore in affanno. Attraversa campi, supera fossi e fiumi, si nasconde nei canneti, tra le sterpaglie, dietro ai fienili, riposa per qualche minuto per prendere fiato, poi ricomincia la folle corsa con passo sbilenco, claudicante, come una preda braccata.

IN TRAPPOLA

È in salvo solo nel preciso instante in cui arriva dai parenti di Conselice, in Romagna. Loro restano interdetti quando sentono bussare alla porta, con calci e pugni, una furia che si presenta col volto tutto sudato, l’aspetto trascurato e le idee confuse. Natale non è più lui: balbetta mezze parole, frasi spezzate, poi si lancia in una manifestazione d’affetto, in un abbraccio caloroso come quando da bambino cercava l’attenzione della madre dopo le sberle ricevute dalla maestra. «È finita, è finita. Con stanotte è finito tutto», dice con un filo di voce straziata dal dolore. Maggio è tempo di elezioni e non può finire tutto così: deve fare propaganda elettorale e riorganizzare le forze socialiste.

Il topo esce dalla tana anche nei momenti meno opportuni, quando diluvia è disposto a bagnarsi il manto pur di sgranocchiare i cereali ammassati nei silos. I roditori fanno una vita infame, costretti a muoversi di nascosto nel sottobosco, in una terra emarginata, putrida, e Natale lo impara in fretta perché inizia a vivere clandestinamente, senza lasciare tracce, incontrando compagni fidati negli anfratti sperduti della pianura più deserta d’Italia. Nelle settimane successive Gaiba torna in anonimato ad Argenta e trova riparo a casa di alcuni parenti a Canalazzo. Ma nelle piccole comunità non ci sono segreti, tutti si conoscono, tutti sanno tutto, anche i figli illegittimi o come fa all’amore la vecchia Esterina, grande divoratrice di uomini. Il comando del Fascio locale ha saputo dove si è nascosto Gaiba e la sera del 7 maggio invia una squadra di dieci persone per prelevarlo.

LUNGA E' LA NOTTE

Lui lo sapeva, se lo sentiva: la puzza che emana un morto che cammina la si percepisce a distanza e lui è intriso di quella strana colonia. Quando arrivano, Natale non oppone resistenza. Li conosce tutti quei volti di ragazzotti esaltati, e conosce anche le loro famiglie, i loro padri, sa come si sono comportati in guerra perché era di fianco a loro. Alza le braccia con l’indice puntato verso il petto. «Volete me? E io sono qui. Prendete anche me! Su!». Gli squadristi lo imbavagliano, lo spintonato e in corteo lo conducono in un luogo chiamato Fossazza, lontano dal centro, in campagna. Nel frattempo vengono avvisati anche gli altri fascisti che si trovano in teatro in occasione di un’adunanza e alcuni di loro si recano sul posto per vedere come si addomestica una fiera bolscevica. In realtà è un’esecuzione in piena regola: viene prima manganellato a sangue, poi due di quei torturatori estraggono la rivoltella e lo finiscono con due colpi d’arma da fuoco.

L’erba si tinge di rosso, il gufo che osserva sul ramo della quercia alza lo sguardo e vola via. Alle undici la ferale notizia giunge in paese e sgretola le ultime speranze rimaste. Don Giovanni Minzoni è una furia, sbatte la porta della canonica e si dirige verso la casa di Gaiba. «Siete dei criminali! Dovrete render conto davanti a Dio!» urla ai fascisti, che bighellonano davanti al bar della piazza, e ad Augusto Maran, che incrocia con lo sguardo mentre cammina ad andatura accelerata. La moglie di Gaiba si batte il petto e strilla.

IL DOLORE

È accasciata in terra quando grida «Quei bastardi me l’hanno ammazzato. Figli di puttana fascisti» e davanti a lei Emilia di tredici anni, Fabio di otto ed Ennio di nove mesi, i tre figli di Natale e Benilde, piangono a dirotto. Giovanni abbraccia la donna, manifesta il suo cordoglio e si stringe nel dolore della morte terrena di un figlio di Argenta. È un’altra notte da incubo, di violenza nefasta, di vomito. Il prete dice ai suoi collaboratori: «Adesso basta. C’è un limite!» e fa pubblicare immediatamente un manifesto che attacca davanti al portone d’ingresso del Circolo Giosuè Borsi, dove invita a cessare ogni forma di violenza, in nome di Cristo, in nome della pace. Il Partito Popolare lo segue a ruota e davanti alla sede affiggono lo stesso messaggio. Il paese mormora, gli operai si organizzano; vengono arrestati Soatti Teodoro Mario, di anni 20, Dalla Fina Enrico di Artemio, di anni 16, Morandi Umberto, Bertocchi Nino e Vincenzo, Landuzzi Gaetano, Manzoni Paolo, Fiorini Giuseppe, Martucci Luigi. Le nuove leve fasciste, la nuova Italia. Ma è tutta una farsa, tutta una tragedia: nel processo che seguirà verranno assolti tutti e l’uccisione violenta del socialista Gaiba resterà impunita come quelle di centinaia di altri avversari.

LA VOCE DEI MUTI

Lunedì 9 maggio 1921 il paese è in silenzio, è stato proclamato il lutto cittadino. Al funerale, con rito civile, partecipano oltre cinquemila persone. «La nostra parola più volte soffocata da uno spirito men che rispettoso si rifà al senso della croce: luce agli animi tribolati, conforto per tante vittime della paura, monito ai molti travagliati dalle lotte della vita». Nel silenzio generale l’unica voce che si alza è quella di don Giovanni. Vede gli animi di alcuni esaltati rapiti da una crudele violenza, lo sguardo di altri abbattuto e assuefatto alla scia di aberrazione che ha contaminato anche la sua comunità. «Per il bene del Paese facciamo vivo appello perché le lotte non si trasformino con mostruoso cinismo, viltà e settarismo in una guerra civile che ha già sacrificato tanti poveri esseri e che lo spettro macabro iniettato di odio ora accenna a divorarne altri. Argentani! La serena e divina parola nello spirito del superiore bene della patria sia motivo di civile e concorde impegno anziché ragione di odio». Tutti alzano il capo, anche gli anticlericali mangiapreti sono scossi e percossi dalle parole del prete che diventa improvvisamente la guida degli oppressi, la voce dei muti, la penna degli analfabeti, l’affittacamere dei diseredati. —

GIUSEPPE MURONI

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