Addio Giulietto, cantore della Russia Raccontò la fine di perestrojka e Urss
Nel centro stampa del ministero degli Esteri, in Zubovsky bul’var, al capo dei golpisti, Ghennadi Janaev, tremavano le mani per l’emozione e forse per la non segreta abitudine alcolica. Era il 19 agosto 1991. Ai giornalisti di tutto il mondo aveva appena detto che il presidente Gorbaciov, confinato nella dacia presidenziale sul Mar Nero, aveva problemi di salute. Fu allora che Giulietto Chiesa fece la domanda più inaspettata: «E lei come si sente?». L’imbarazzo di Janaev era palpabile, il suo tremore aumentò.
Tre giorni dopo quel golpe era fallito. Michail Gorbaciov tornava a Mosca, i capelli arruffati, un giubbottino sbiadito sulle spalle. E fu lui stesso, nel primo incontro con i giornalisti, a dare subito la parola a Giulietto: «Lei ha fatto una bellissima domanda…».
PRIMA E DOPO
Quell’episodio segna aneddoticamente un prima e un dopo nell’avventura giornalistica di Giulietto Chiesa, scomparso ieri per infarto nella sua casa di Roma. Aveva 79 anni. Era nato ad Acqui Terme, ma era cresciuto a Genova. Militante comunista, dirigente nazionale della Federazione giovanile, alla fine degli anni 70 era passato all’Unità. Nel 1980 fu mandato a Mosca come corrispondente e fu la svolta nella sua vita. Apparteneva alla generazione maturata nel Pci eurocomunista, quella segnata da Berlinguer e dall’«esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre». Con questo spirito ha interpretato il suo ruolo, raccontando la decadenza di un sistema e la lotta dentro un partito. Per questo fu il primo corrispondente italiano dell’Unità attaccato dalla Tass. Ne andava orgoglioso. Era diventato un riferimento per dissidenti, come lo storico Roy Medvedev o l’italianista Cecilia Kin.
SOVIETOLOGO
Nel 1990 passò a La Stampa, allora. Chiesa era il sovietologo più accreditato e divenne appassionato interprete dell’era Gorbaciov. Il suo quotidiano “Diario da Mosca” (poi raccolto in un volume da Baldini e Castoldi co titolo Cronache del golpe rosso) è documento vivo di quei giorni che hanno segnato il destino dell’Urss.
Dopo qualche mese passato negli Stati Uniti tra i sovietologi americani del Kennan Institute di Washington, Giulietto si è definitivamente installato nell’ufficio della Stampa sul Kutuzovskij prospekt di Mosca a 300 metri dal suo appartamento, diventato punto di incontro per disparati protagonisti dell’intellighenzia democratica. Vi si incontravano spesso analisti e politologi americani di passaggio, come anche Vittorio Zucconi, altro ex di Mosca e il figlio musicista di Gramsci, Giuliano.
L’AMICIZIA CON GORBACIOV
Tra Giulietto e Gorbaciov si era intanto consolidata una consuetudine diventata negli anni un’amicizia. È stato lui a convincere l’ultimo leader sovietico a scrivere in esclusiva mondiale per La Stampa. Dalle loro conversazioni nascevano articoli che poi venivano ripubblicati sui principali giornali del mondo, dal New York Times a Le Monde. Giulietto Chiesa insieme alla moglie Fiammetta Cucurnia, corrispondente di Repubblica, ha coltivato una passione viscerale per la Russia e da inviato ha raccontato la fine della guerra sovietica in Afghanistan e l’inizio della guerra russa alla Cecenia.
Alla fine degli anni 90 ha lasciato La Stampa, ed è iniziata una nuova vita. Ha fatto un passaggio da deputato al Parlamento europeo, eletto nella lista Di Pietro-Occhetto, ma la disillusione di una vita si era consumata in una parabola parallela a quella di Gorbaciov. Dopo aver passato vent’anni a studiare un sistema che viveva di segreti, ha trasferito la chiave cospirazionista in una posizione estremista anti-americana e anti-occidentale, arrivata fino alla grottesca negazione dell’11 settembre. Al di là della discutibilità delle opinioni, era un uomo percorso da una passione politica inesauribile ed estrema che non gli consentiva di dubitare mai di avere ragione. —
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