L’università e l’impegno politico «La mia religione era la libertà»
Fino al 1937 il giovane Giorgio Bassani era un letterato-apprendista, «che andava in estasi se riusciva a pubblicare due volte all’anno un raccontino sopra il Corriere Padano» – il giornale fondato nel 1925 a Ferrara da Italo Balbo – e la cui «aspirazione massima era di riuscire a stampare qualcosa sulla rivista “Letteratura”, che raccoglieva quanto di meglio si faceva allora in Italia».
GLI ANNI UNIVERSITARI
Di lì a poco, a determinare una svolta nella vita dell’italiano ebreo Bassani fu la campagna antiebraica destinata a culminare nelle leggi razziali che, pur non accanendosi direttamente sulla sua famiglia, cominciarono a cambiare le sue abitudini e le sue frequentazioni. Per lo studente universitario Bassani un’esperienza decisiva dal punto di vista psicologico e culturale fu negli anni 1935-1936 l’incontro con tre professori sardi assegnati nelle scuole di Ferrara: Mario Pinna, Giuseppe Dessì e Claudio Varese. Avviati all’antifascismo dall’insegnamento filosofico di Guido Calogero e dal teorico della non violenza Aldo Capitini, i professori, ex allievi della Scuola Normale Superiore di Pisa, stimolarono Bassani ad allargare il proprio orizzonte culturale e gli fecero scoprire la vera essenza della “religione della libertà” propugnata da Benedetto Croce, nemica del letterato e del filosofo imbelle e trasognato, poiché incitava gli uomini a provare disgusto verso qualsiasi forma di oppressione e a fare qualcosa per opporvisi. E perciò infondeva il senso del dovere e spingeva alla ricerca della verità, che si contrapponeva alla “religione fascista” fondata sull’autorità.
RETE DI COSPIRATORI
Grazie alla familiarità con i professori sardi, il fascismo rivelava a Bassani le sue insufficienze intellettuali, politiche e sociali, le sue magagne morali. Sarà poi l’incontro con Carlo Ludovico Ragghianti, conosciuto a Bologna, a completare l’adesione di Bassani alla “religione della libertà”, facendo del giovane resistente morale, un attivista politico. Nella Ferrara del tempo, fortemente fascistizzata e dove l’attività antifascista clandestina languiva a causa di tanti delatori, ma anche della conformazione pianeggiante del territorio, che non favoriva lo sviluppo della lotta partigiana, Bassani, nel frattempo laureatosi, organizzava un gruppo di studenti liceali precoci quanto intelligenti: Gian Luigi Devoto, Matilde Bassani, Claudio Savonuzzi, Simone Balboni, grazie al quale potè formarsi una vasta rete di cospiratori con molti aderenti nel ferrarese e nel rodigino, facenti capo alla maestra Alda Costa socialista, all’avvocato Ugo Teglio, al giudice Pasquale Colagrande, all’ex deputato socialista Mario Cavallari. Viaggiava in mezza Italia per entrare in contatto con uomini politici e docenti invisi al regime. Poi nella primavera del 1943 i tentacoli dell’Ovra, la polizia segreta del fascismo, si stringono sui principali esponenti dell’antifascismo ferrarese, tra cui «il dottor Bassani Giorgio, ebreo, originariamente di principi liberali», come comunica un appunto alla “Divisione polizia politica” del ministero dell’Interno. Imprigionato nel carcere di via Piangipane nel maggio del 1943, Bassani sarà liberato il 26 luglio, alla caduta del fascismo.
FIRENZE POI ROMA
Lascerà subito Ferrara per trasferirsi prima a Firenze e poi a Roma, dove vivrà sotto falso nome. Rievocando il tempo della sua attività antifascista clandestina nelle file del partito d’Azione, nato nel 1942 dalla confluenza di ex militanti del movimento “Giustizia e Libertà”, Bassani rivendicherà con orgoglio di essere stato «diverso non soltanto dalla grande maggioranza degli italiani, che erano quasi tutti fascisti, ma diverso anche dai miei corrazziali (come li chiamavo io), cioè appartenenti alla stessa razza ma non alla stessa religione. La mia religione era quella della libertà». Dirà che quegli anni furono tra i più belli e intensi della sua esistenza: «Mi salvarono dalla disperazione a cui andarono incontro tanti ebrei italiani, mio padre compreso, col conforto che mi dettero d’essere totalmente dalla parte della giustizia e della verità, e persuadendomi soprattutto a non emigrare. Senza quegli anni per me fondamentali, credo che non sarei mai diventato uno scrittore» . —
LORENZO CATANIA
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