Una saliera da 50 milioni di euro L’opera di Cellini che stregò il re
Il manufatto di alta oreficeria era stato voluto inizialmente da Ippolito II d’Este Minuto ma anche monumentale, l’oggetto fu rubato e poi ritrovato in un bosco
Le saliere sono quasi scomparse dalle tavole, perché il salutismo moderno impone di mettere nei cibi poco sale, un elemento vitale per la dieta ma nocivo se usato in eccesso. Il sale, grazie al quale si conservava il cibo prima dei frigoriferi, per secoli ha garantito ricchezza a chi ne disponeva in grande quantità, fosse marino o salgemma. Le vie del sale segnavano percorsi mercantili allargati a molti generi, che viaggiavano in ogni direzione. Ferrara aveva nelle saline di Comacchio una fonte inesauribile di entrate, nonché di guai, perché desiderate da Venezia ed il loro possesso entrò nelle contese tra gli Estensi e la Camera Apostolica. Alla potenza simbolica del sale venne dedicata l’idea di un grande ferrarese per creare un oggetto superbo, la saliera più bella del mondo, opera di Benvenuto Cellini.
L’OPERA
Nel 1540 il potente e raffinatissimo cardinale Ippolito II d’Este viveva alla corte di Francia, dove era benvoluto dal re Francesco I, al tempo marito di Eleonora d’Asburgo, ma vedovo di Claudia di Valois, sorella della duchessa di Ferrara, Renata, cognata del porporato. Ippolito fu mecenate di grandi artisti, tra cui il rissoso e talentuoso scultore ed orafo fiorentino, che aveva aiutato a Roma quando era recluso in Castel Sant’Angelo. Cellini aveva anche abitato a Ferrara, grazie alla protezione del cardinale, per il quale eseguiva squisiti oggetti. A Fontainebleau Cellini mostrò al sovrano francese il modello di una saliera che aveva progettato tempo prima per l’Estense, basato su una simbologia mitologica, da lui descritta nella sua autobiografia e in un trattato. Il re se ne innamorò subito, Ippolito II gli cedette il passo. Si diede ordine di eseguire la saliera in oro massiccio, usando mille scudi zecchini (le monete di norma hanno un titolo 22 carati) da fondere. L’oggetto, ovale, alto 26 centimetri, ha una base in ebano di 33,5 centimetri. Rappresenta Berecinzia, nome frigio di Cibele, la Madre Terra, insieme a Nettuno, dio del mare, ed è contornato da figurine a smalto dai dotti significati, grazie a spunti forniti da celebri intellettuali. Ha due piccoli contenitori per sale e pepe. Malgrado le dimensioni ridotte risulta monumentale, senza contare l’effetto magnetico dato dallo splendore aureo che emana.
IL VALORE
Nel 1570 il nipote del re, Carlo IX, a sua volta incoronato, sposò Elisabetta d’Asburgo, figlia dell’imperatore d’Austria, Massimiliano II, e la saliera pervenne in dono al pronubo fratello dell’imperatore, l’arciduca Ferdinando II, conte del Tirolo, accanito collezionista: nel suo castello di Ambras era concentrata una serie immensa di raccolte di “Naturalia et Mirabilia”, rarità preziose di ogni genere. Qui torna Ferrara, perché Ferdinando II era fratello di Barbara d’Austria, la seconda e sfortunata moglie del duca Alfonso II d’Este, nipote del cardinale. Essendo giunta a Ferrara nel 1565 (e qui morì 7 anni dopo), Barbara non poté forse aver mai visto la saliera, che oggi è a Vienna, presso il Kunsthistorisches Museum. Magari seppe del dono da una lettera. Nel 2003, quando un certo Robert Mang rubò la saliera, poi ritrovata in un bosco, essa venne valutata 50 milioni di euro. —
MICAELA TORBOLI
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