La Nuova Ferrara

Padroneggiava la propria arte senza bisogno di aiuto

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La grandezza di Michel Piccoli è fuori discussione, è stato un grande attore e anche un grande conquistatore, nonostante non avesse i tratti classici del bello latino, alla Mastroianni. Quando si è interpreti del suo calibro, lineamenti, capelli, contano poco, e poi Piccoli aveva una voce bellissima. Il nostro primo incontro era avvenuto a Parigi. È stata una fortuna. Dovevo girare Salto nel vuoto con Philippe Noiret, ma l’accordo saltò perché Noiret aveva altri impegni e avrei dovuto aspettarlo. Furono i produttori a suggerire Piccoli: aveva letto la sceneggiatura e gli era piaciuta. Anche se francese, centrò immediatamente il ruolo di quel povero giudice, italiano, borghese, e, da quel momento, camminò da solo, riuscendo a calarsi perfettamente nel personaggio. Sul set non ci fu necessità di dare troppe indicazioni.

Ci sono vari tipi di attori. Quelli veramente grandi, una volta che hanno messo a fuoco il personaggio, non hanno bisogno di aiuto, non devi dirgli più niente, e infatti lui andava avanti in autonomia. Naturalmente c’erano scene da orchestrare con altri interpreti, ma per lui non era un problema, era sempre più che convincente. L’unico cruccio, e infatti lui ne soffriva, è che in Italia non si usava ancora la presa diretta, mentre lui era già abituato a girare in quel modo. Sapeva che dopo avrebbe dovuto doppiarsi e lo faceva arrabbiare.

A Cannes, dove il film fu presentato in concorso, la giuria, presieduta da Kirk Douglas, gli assegnò il premio per la migliore interpretazione maschile e a Anouk Aime quella femminile: nella mia lunga storia di partecipazioni al festival, ci sarò stato almeno in dieci edizioni, quella è stata l’unica volta in cui un mio film ha vinto ben due riconoscimenti. In giuria c’era Gian Luigi Rondi, a cui Salto nel vuoto era piaciuto molto.

Non ci siamo mai persi di vista e, due anni dopo, Piccoli recitò in Gli occhi, la bocca. Un film molto più intimo, in cui interpretava uno zio. Poi ci siamo incrociati in varie occasioni, sempre con il desiderio di lavorare insieme, anche se poi non c’è stato modo. Durante le riprese romane di Habemus papam Piccoli mi invitò a cena. Ci ripromettemmo con sincerità di collaborare di nuovo. Oltre ad ammirarlo immensamente, provavo affetto nei suoi confronti e credo che lo stesso valesse per lui. Difficile dire quale fosse la qualità speciale dell’attore Piccoli. In Salto nel vuoto ha saputo rendere la follia e la disperazione del giudice protagonista con una discrezione, una gentilezza, e punte di isterismo straordinarie. E questo anche se era un attore di quelli che non “diventano” il personaggio durante l’intera lavorazione. Quando c’era la pausa, quando rientrava a casa, Piccoli tornava ad essere se stesso. Era anche un grande padroneggiatore della propria arte. —

(Testo raccolto da Fulvia Caprara)

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