I dimenticati del Vietnam Il nuovo film di Spike Lee nel nome dei soldati di colore
Nel 1967 gli afroamericani erano l’11% della popolazione degli Stati Uniti, ma il 16% dei soldati arruolati e il 23% di quelli inviati a combattere in Vietnam. Nessuno si occupò di quelli che tornarono da quella guerra. Lo fa oggi il regista Spike Lee, con il nuovo film Da 5 Bloods, in onda su Netflix dal 12 giugno. Il film racconta la storia di quattro veterani (Delroy Lindo, Clarke Peters, Isiah Whitlock Jr. e Norm Lewis) che con il figlio di uno di loro (Jonathan Majors) tornano in Vietnam dopo 50 anni a cercare i resti del loro comandante (Chadwick Boseman, nelle scene in flashback) e una cassa piena d’oro che avevano nascosto nella giungla.
Ma il film non sarà solo il viaggio avventuroso di un gruppo di vecchietti, servirà invece a rievocare un’epoca tra le più dolorose della storia americana. Lo si capisce già dal trailer, che affianca i bombardamenti con il napalm alle marce per i diritti civili, le dimissioni di Nixon per il Watergate alla repressione della polizia alla Ken State University, la canzone Time Has Come Today dei Chambers Brothers, inno dell’epoca, ai neri che sfilavano con al collo un cartello che semplicemente diceva: «Io sono un uomo». Gli afroamericani attendono il film con grandi speranze: finalmente qualcuno - uno di loro - si occuperà dei reduci di colore non solo di quella guerra, ma di tutte le guerre. I neri hanno sempre combattuto per l’America e l’America non li ha mai ringraziati, non si è mai preoccupata di reinserire i reduci nella società, né di curarne i traumi. «Siamo nel 2020 - dice Spike Lee - e i neri sono ancora uccisi come animali nelle strade». Intervistato dal Guardian in un’inchiesta sull’uscita del film, un veterano della Virginia, Larry Doggette, ha spiegato: «Abbiamo combattuto come gli altri, ma una volta tornati a casa siamo stati trattati come cittadini di seconda classe. Ci avevano insegnato a odiare i vietnamiti e ad avere nei loro confronti un pregiudizio razziale, e abbiamo poi scoperto di essere considerati allo stesso modo».
Spike Lee avrebbe dovuto presentare il film al Festival di Cannes, del quale doveva essere anche presidente, ma ha deciso di seguire le orme di Martin Scorsese e Alfonso Cuaron, che hanno girato The Irishman e Roma direttamente per Netflix, cosa che farà presto anche Ron Howard. Cannes aveva portato bene a Lee, con il Grand Prix assegnato nel 2018 a BlacKkKlansman, poi candidato a sei Oscar (ne vinse uno). Ma il mondo del cinema è paralizzato dalla pandemia e lo streaming non è una cattiva soluzione, anzi.
Girato nelle autentiche giungle del Vietnam e della Thailandia, il film rievocherà anche il momento nel quale i soldati afroamericani ascoltarono alla radio, nel 1968, la notizia dell’uccisione di Martin Luther King. Un anno prima il pugile più famoso del mondo, Mohammad Ali, aveva accettato di finire in carcere pur di non andare a combattere: «Non ho motivi di litigio con i Vietcong - aveva detto -: loro non mi hanno mai chiamato negro». Secondo Spike Lee, la notizia dell’uccisione del dottor King rischiò davvero di creare una ribellione dei neri nell’esercito: «Avevano anche sentito - ha ricordato a Vanity Fair - che i loro fratelli e sorelle organizzavano rivolte in più di 100 città in America. Si arrivò molto vicini al punto di rottura: i soldati neri erano pronti a farla finita non più con i Vietcong, ma con il Vietnam».
Steven Spielberg, prima di cominciare la lavorazione di un nuovo film, guarda sempre Sentieri selvaggi di John Ford. Lee ha detto di essersi ispirato a tre film: ovviamente Apocalipse Now di Francis Ford Coppola, ma anche Il tesoro della Sierra Madre di John Huston e Il ponte sul fiume Kwai di David Lean, tre pellicole dalle quali c’è solo da imparare. L’unico film sul Vietnam che non vorrebbe mai rivedere, ha aggiunto, è il guerrafondaio, becero e razzista Berretti Verdi, di e con John Wayne.
Il film cade mentre gli afroamericani sono colpiti dal Covid molto più dei bianchi a causa delle peggiori condizioni di vita e del cibo spazzatura, mentre il numero globale delle vittime dell’epidemia negli Usa ha ormai superato quello dei soldati morti in Vietnam. «Oggi è il momento», cantavano i Chambers Brothers: anche di aprire gli occhi sul proprio passato. —
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