Immenso Bob Dylan Fiuta l’aria e presenta il nuovo album Che somiglia all’oggi
Annuncio spiazzante: il 19 esce “Rough and Rowdy Ways” Testi profetici di un presente che non è soltanto simbolico
Non è tanto questione di prescienza, quanto il fatto che il Vate (il vero Vate, cioè lui, Bob Dylan)) annusa l’aria, guarda il suo tempo e il suo Paese, si gira indietro, poi se ne esce neanche fosse un trentenne via Twitter, con uno spiazzante annuncio dell’arrivo di un album che verrà distillato in tre esempi illuminanti durante il lockdown, spedizione diretta dalla sua casa sull’Atlantico di Malibù. Ora ci siamo, esce venerdì 19 “Rough and Rowdy Ways”, strade scoscese e turbolente. E il disco somiglia all’oggi, canta momenti e temi complessi, che alleggerisce con una selva di nomi noti ma anche di turbamenti profondi, da invecchiare di colpo.
a chi piacerà
Per prima, la notte del 26 marzo in pieno lockdown, ci aveva fatto ascoltare la ricostruzione dell’assassinio di John Kennedy in quella che è una specie di incredibile opera di 17 minuti: “Murder Most Foul”, l’assassinio più scellerato; e proprio qui aveva buttato insieme anche il compendio di un’epoca felice, cosparsa di ricordi piacevoli e di personaggi fantastici (i Beatles, gli Eagles e gli Who, Marilyn Monroe e Woody Allen), che giravano dentro il sogno di quei Sessanta.
Perché l’uomo è così, e come cantò nella sorpresa successiva, citando il poeta Walt Whitman, “I contain multitudes” rivendica il diritto a contraddirsi in nome di tutte le idee che ci risuonano dentro, con il contributo delle proprie letture e dei propri santini, Edgard Allan Poe e Anna Frank o Indiana Jones.
L’album piacerà moltissimo a coloro che amano il mondo poetico del vecchio Vate di Duluth, forse anche per il blues che permea la terza traccia della pandemia, il sibillino “False Prophets”, la cui musica suona quasi profetica per le cronache di un presente non soltanto simbolico.
la via del blues
“Rough and Rowdy Ways” abita proprio nella via del blues, musica ruspante e primigenia dei neri, in una rivisitazione che incontra le fiamme della protesta dilagante negli States dopo l’uccisione di George Floyd.
È un disco caldo e pieno di storia e ironia, tanto che sembra che Bob Dylan sia stato vecchio prima e stia ringiovanendo ora; ha smesso anche di strascicare le parole e si sforza di pronunciare in modo umano i suoi testi, e un po’ ama anche recitarli come in “My Own version of You”, mentre càpita che l’atmosfera sia quella di un club notturno e con basse luci colorate, con questi fantastici musicisti dominati dalla chitarra di Charlie Sexton, un portento di sfumature e colori, resi più caldi dalla steel guitar, violino e accordèon di Donnie Herron.
L’omaggio a Jimmy Reed, noto per il suo electric blues, sembra poi alludere alle grane del Vate quando nel 1965 iniziò la svolta elettrica, a Newport.
Ci sono ballad romantiche, come “I’ve made my mind to give mylself to You”, c’è una lunghissima lucente passeggiata verso Key West, la perla delle Keys floridiane; “Passing the Rubicon” è addirittura un talkin’ blues.
ansia e nervosismo
In una lunga conversazione con il professor Brinkley per il New York Times, Dylan si era sbottonato molto. Aveva definito «stream of consciousness» il contenuto di molti testi, a partire dall’autobiografica “I Contain Multitudes”; tesseva lodi alle figure dell’inventore del blues Robert Johnson e a Little Richard, «persone di gran carattere». E, quando gli veniva chiesto se i sentimenti apocalittici di “Murder Most Foul” segnalino la nostra come un’epoca di non-ritorno, rispondeva: «C’è un sacco di nervosismo e ansia intorno a noi, più che mai. Ma questo è un fatto che appartiene alla nostra vecchiaia, caro. I più giovani non hanno questa attitudine. Non hanno passato, quel che sanno è solo ciò che vedono e sentono, e credono a tutto».—
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