Il colore giallo nell’arte di Bononi Luce che illumina le tenebre
La tinta ha molteplici sfumature: è solare ma esprime anche pericolo e mistero Il pittore ferrarese lo celebra nel quadro dedicato alla fuga di Enea da Troia
Quinto appuntamento con il viaggio della Nuova nei colori degli artisti ferraresi. Dopo il blu del Guercino, il verde di Dosso Dossi, il grigio di Boldini e il nero di Baldassarre D’Este, ecco il giallo di Carlo Bononi.
Il lato oscuro del giallo. Vivace, solare, energetico, che attrae l’occhio e riempie di gioia, ma anche il colore che avvisa di essere vicini a un pericolo, semaforico, di allerta o protesta. I tubi del gas sono gialli per evidenziarne i rischi. In passato il giallo fu destinato alle prostitute, che in alcune realtà urbane vestivano di giallo o portavano accessori gialli, e agli ebrei, che fin da prima del mille dovettero adattarsi ad un codice vestiario che imponeva un segno distintivo, per lo più giallo, in forma di una toppa tonda, berretto, cinta o più spesso la “Stella di Davide”. Non di rado, quindi, nei quadri le peccatrici, i traditori, Giuda stesso, portano abiti gialli. Giallo, anche allegrezza: così Tasso in una lettera all’amico Cataneo, ricordando gli abitini di questo tono che gli cuciva la madre Porzia, che perse da bambino. Il giallo piace e piaceva ai pittori, anche se i pigmenti gialli sono spesso velenosi, come il brillante orpimento, minerale che contiene arsenico. I gialli moderni, chimici, hanno tradito più di un artista.
DALLA NORVEGIA A FERRARA
Ad esempio il celebre Urlo di Edvard Munch (1893) si sta scolorendo per via dell’infido giallo di cadmio usato dal pittore norvegese. Dopo il Medioevo, con l’avvento della pittura su tela, i gialli sostituirono la foglia d’oro, applicata in precedenza con dovizia per creare i “Fondi oro”, dipinti che intendevano evocare la luce della santità e l’aura mistica. Sulla tela solo pochi tocchi di foglia d’oro su bolo erano possibili. Anche il gusto cambiò, si rendeva ad esempio il bronzo dorato con una miscela di verniciatura speciale. A Ferrara il giallo incantava Carlo Bononi (1569-1632). Il suo splendore emana da un quadro piccino ma grandioso negli effetti, che Carlo eseguì forse nel 1618. È un Enea che fugge da Troia della Collezione Grimaldi Fava, curiosamente su tavola. Date le misure (cm. 32x30), il supporto ed il tema, poteva forse ornare un mobile. La storia deriva dal secondo libro dell’Eneide di Virgilio. L’eroe, semidio per essere nato dalla dea Venere innamorata dell’avvenente pastore Anchise, lascia la patria, in fiamme per l’attacco a sorpresa dei nemici. Carica sulle spalle l’ormai anziano genitore, il figlio piccolo, Ascanio-Iulo, gli sta accanto. Bononi mette sullo sfondo il Cavallo di Troia, illuminato dal fuoco giallo dell’incendio. Il contrasto crea i tipici “sbattimenti” tra chiari e scuri. Enea indossa una “lorica musculata”, la corazza che riprendeva nel metallo le forme dei pettorali e degli addominali. Le frange della lorica, dette “pteruges”, si agitano nel movimento.
IL SEMIDIO DI BONONI
Questa corazza anatomica ha un colore speciale, è gialla. Nell’ottavo libro dell’Eneide si legge che Venere, preoccupata per i rischi che il figlio deve affrontare, convince carezzevole il dio Vulcano, a creare una corazza per Enea. Ingrato compito, dato che Enea era testimone vivente di una evasione della moglie. La lorica di Bononi precede l’episodio: è un manufatto divino per un semidio, chiaramente d’oro, ma morbida, un oro che è giallo, l’ocra gialla/limonite da lui prediletta, con un velo di vernice gialla ambrata. Luce nelle tenebre. —
(5-continua)
MICAELA TORBOLi
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