Da Ferrara a Portorico La purezza del bianco racchiusa nella tela di Mazzolino
“Il Padre Eterno” secondo il pittore della corte Estense L’opera, portata prima in America, oggi è esposta a Ponce
Sesto appuntamento con il viaggio della Nuova nei colori degli artisti ferraresi. Dopo il blu del Guercino, il verde di Dosso Dossi, il grigio di Boldini, il nero di Baldassarre D’Este e il giallo di Carlo Bononi, ecco il bianco di Ludovico Mazzolino.
Il bianco è alla base di ogni forma pittorica, solo o combinato. Fino all’Ottocento si usavano, per tele, tavole ed affreschi, solo tre tipi di pigmento bianco: il Bianco di Calce o di San Giovanni, il Bianco di Gesso, ed il tossico Bianco di Piombo. A Ferrara, i maestri del Rinascimento usavano molto quest’ultimo materiale.
«Il bianco significa purità di cuore; perché esso non è tinto», scriveva Ludovico Dolce nel suo Dialogo dedicato ai colori (Venezia 1565) dove elogia il bianco, ma vi trova anche aspetti negativi, ad esempio pare che al suo tempo si usasse «biancheggiar per dire villania». Dolce tuttavia rileva come il bianco «è spetialmente convenevole a Dio», dato non scontato. Infatti, nelle raffigurazioni del Creatore, quasi sempre il nume viene mostrato in rosso e blu, con poche varianti. Raramente in verde, viola o broccato d’oro, ma il rosso non manca quasi mai nell’insieme. Michelangelo, nella Sistina, per Dio osò nel 1511 un rosa pallido cangiante.
L’OPERA
Tra gli irregolari sviò anche il ferrarese Ludovico Mazzolino (1480-1528), eccentrico artista, certo non molto noto ma interessantissimo nella sua «pazzia coerente», come Roberto Longhi definì l’indirizzo visivo di questo personaggio originale. Abitava nell’attuale via Carmelino 1, come si legge in una epigrafe. Fecondo, attivissimo fino alla morte, ha prodotto opere bizzarre quanto il suo temperamento nordico, mescolando le attitudini dei maestri nostrani coevi ad influenze artistiche di Dürer e Schongauer, ammirati tramite le loro incisioni. Uno dei temi prediletti di Mazzolino fu quello del Dio Padre benedicente. Precedendo Dolce, il suo Creatore è vestito di bianco. Con un mantello rosso, certo, ma senza farlo troppo spiccare. Tra queste versioni, una – oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna – riprende il rosa violetto michelangiolesco, ma ce ne sono altre due, gemelle, che pendono al bianco e hanno una storia originale. Una di esse si trova in una collezione privata, l’altra è a Portorico, nel museo de Arte de Ponce, già nella Collezione Kress. L’abito bianco divino è di un bianco lanoso naturale, simile a quello del vello degli agnelli, non abbagliante, mite. All’opposto, è severissimo lo sguardo di Dio, un uomo maturo ma non anziano come si trova più spesso, infatti non ha barba e i (pochi) capelli candidi, come di norma, ma grigi. Regge con la mano sinistra la sfera trasparente dalle ricche allusioni filosofiche (Platone in primis) alludente all’Universo Mondo, che domina.
oltreoceano
Nel cielo, azzurrino slavato, fiocchi di nuvole bianche sfumano nel seppia chiaro, facendo presagire tempesta. Anche il bianco, quindi, si può tingere. Nel quadro si ha tutta una gamma di bianchi in rapporto tra loro. Nel Settecento il quadro cinquecentesco stava nel Palazzo Contughi-Gulinelli di via Savonarola 38, al tempo di proprietà Agnelli. Presto, era destino, dalla impoverita Ferrara passò a Roma, dove commerciava in arte il ferrarese Pasini, così che in seguito appartenne a due famiglie russe principesche, gli Orlov-Davidov prima e poi i Gagarin. Tornò in seguito in Italia, presso la fiorentina Collezione Contini Bonacossi: alla fine Samuel H. Kress, milionario americano, il secolo scorso se lo portò oltreoceano. —
(6-continua)
MICAELA TORBOLI
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