Funi e la Medea tinta di rosso Quell’opera tra cronaca e mito
Il pittore nato a Ferrara realizzò il quadro nel 1966 durante i suoi anni milanesi A ispirare l’artista il classico greco ma anche il fatto di sangue narrato da Buzzati
Settimo appuntamento con il viaggio della Nuova Ferrara nei colori degli artisti ferraresi. Dopo il blu del Guercino, il verde di Dosso Dossi, il grigio di Giovanni Boldini, il nero di Baldassarre D’Este, il giallo di Carlo Bononi e il bianco di Ludovico Mazzolino, ecco il rosso di Achille Funi.
Rosso è passione. Politica, sportiva, amorosa soprattutto, cuore, sangue, fuoco. Ne Il giardino dei Finzi-Contini (1962) di Bassani, l’innamorato Giorgio tenta un approccio fisico all’adorata Micol, che rimane impassibile. Freddamente gli fa osservare: «Sei tutto rosso, rosso impizà», e lo invita a ricomporsi. Come si accende un fuoco, appiccare, in ferrarese diventa “impizar”: qui vale come il divampare dei sensi. L’espressione della ragazza è calzante. Rosso chiama anche rabbia. È vestita di rosso la Medea che il ferrarese Achille Funi dipinse nel 1966.
L’OPERA
La tela fu acquistata l’anno dopo dalla Camera dei Deputati per le sue collezioni. Funi era nato a Ferrara nel 1890. Appassionato degli affreschi di Schifanoia, si iscrisse alla Civica Scuola di Belle Arti “Dosso Dossi”, e, quando nel 1906 la sua famiglia si trasferì a Milano, passò all’Accademia di Brera. Ferrara gli rimase nel cuore, e vi lavorò spesso. Era affascinato dai miti, anche quelli estensi. Medea la maga, nipote di Circe, nel mito greco uccide i propri figli dopo essere stata abbandonata dal loro padre Giasone. Tremenda vendetta. La Medea di Funi sta di schiena, ha una folta capigliatura nero-blu ala di corvo che fa spiccare il viso intenso e pallido dal quale spira una ira fredda. Lo sguardo, nel girare del collo, è diretto verso chi osserva.
Il suo cappotto rosso si ispira alla moda post bellica, ai soprabiti di Dior copiati dalle sartine, con le maniche stondate, dette “Raglan”, prendendo nome da Lord FitzRoy Somerset, barone Raglan (1788-1855), che si fece cucire cappotti con questo tipo di manica dovendo muovere a suo agio il solo braccio rimastogli dopo aver perso l’altro a Waterloo. La bella natura morta posta davanti alla donna perde peso a fronte del coltello che lei stringe nella mano. Ma la Medea di Funi non è che in parte quella antica, ricorda piuttosto la protagonista di un sanguinoso fatto di cronaca che scosse l’Italia, Rina Fort, la Belva, la moderna Medea – così la definivano – che il 30 novembre 1946 assassinò con una spranga la moglie ed i tre bambini del suo amante.
IL CASO
Fu Dino Buzzati, che seguì il clamoroso processo da giornalista di nera, a paragonarla a quella donna spietata: anche se i piccoli non erano suoi, ma di una povera moglie tradita, il delitto fu di tale efferatezza da farla avvicinare al personaggio mitologico. È possibile che Funi, che viveva a Milano dove si svolsero i fatti, abbia voluto ritrarre nel suo quadro Rina (vi è una certa somiglianza) con il coltello di Medea: la spranga non era efficace pittoricamente. Il rosso sangue si pone senz’altro come il colore più adatto per rendere il cromatismo di quanto accaduto. Dopo i vari gradi di giudizio, nel 1953 l’ergastolo fu confermato alla Fort dalla Cassazione: graziata nel 1975, è morta nel 1988. Achille Funi era mancato da un pezzo, ad Appiano Gentile, correva il 1972. Il suo quadro rende il deserto dentro quell’anima persa, arida e implacabile, lo stesso paesaggio interiore diffuso nelle pieghe di una società complicata, descritto dal ferrarese Antonioni nel suo primo film a colori del 1964, Deserto rosso. —
(7-continua)
MICAELA TORBOLI
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