La Nuova Ferrara

il percorso 

La storia di Ester e Assuero nel quadro del ferrarese Bonati

MICAELA TORBOLI
La storia di Ester e Assuero nel quadro del ferrarese Bonati

Nei fasti della scena ritratta dal pittore seicentesco, il viola rimanda al porpora L’artista nel corso della sua carriera ha attinto con talento allo stile del Guercino

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Ottavo appuntamento con il viaggio della Nuova Ferrara nei colori degli artisti ferraresi. Dopo il blu del Guercino, il verde di Dosso Dossi, il grigio di Giovanni Boldini, il nero di Baldassarre D’Este, il giallo di Carlo Bononi, il bianco di Ludovico Mazzolino e il rosso di Achille Funi, ecco il viola di Giovanni Bonati.

In una poesia di Lorenzo de’ Medici si cantano le «Belle, fresche e purpuree viole». Purpureo è rosso cupo, ma pure viola: in latino vuol dire splendido, tanto che il poeta Orazio chiama purpurei i candidi cigni. La definizione fissa o il grado cromatico del viola oscillano nei secoli. Si pensava che il viola derivasse dal nero, o non dall’unione tra rosso e blu. Per tempere e tinture di rado si mescolavano le tinte, erano privilegiati pigmenti nativi, con maggior forza di saturazione. Ma per il viola in pittura occorrevano in realtà azzurrite e lacca rossa. Il violetto, diverso dal viola, si otteneva nei tessuti grazie a bagni in succhi vegetali, specie dalla Roccella tinctoria, il famoso oricello, dal mirtillo e da altri estratti coloranti naturali.

L’OPERA D’ARTE

Nel ’600 talora si parlava di “gridelin”, un viola chiaro verso il grigio, derivato dal francese gris-de-lin, color del fiore del lino, azzurro violetto sul lavanda. Il viola liturgico è Quaresima, lutto, perdita: varie e poco ferme le piegazioni della scelta. Una bella sfumatura di violetto era l’“ametistino” richiamante l’ametista, il quarzo viola amato fin dall’antichità e da non confondere con la omonima gemma, che è un raro corindone viola. Fini spunti ametistini si trovano in una tela nata a Roma nel 1674 da mani ferraresi, oggi alla Pinacoteca Capitolina, il teatrale Ester ed Assuero. Ne è autore un artista nato a Ferrara intorno al 1635 e morto appunto a Roma nel 1681, Giovanni (o Giuseppe) Bonatti (o Bonati), ovvero Giovannin del Pio, perché la famiglia Pio di Savoia, che a Ferrara avevano base, lo presero a benvolere conducendolo nella Roma barocca dove urgevano i loro interessi, e lì era chiamato il Ferraresino. Già formato come allievo di due pittori di vaglia a Ferrara, ovvero Lionello Bononi, nipote di Carlo ma non come lui dotato, e, migliore, Francesco Costanzo Catanio. Avrebbe poi attinto allo stile del Guercino, con talento.

TOCCHI MINIMI MA VIVI

Oltre ai Pio, fu richiesto dalla regina Cristina di Svezia. Disprezzato dai critici antibarocchi del ’900, Bonati era invece artista di grande valore, come nel quadro Pio, dove narra il fatto in cui l’eroina ebrea Ester digiuna per tre giorni per purificarsi prima di incontrare il re persiano Assuero, che pregherà di offrire un banchetto durante il quale smascherare un complotto verso di lui ed il popolo ebraico. Il sovrano è suo marito, ma non ha il permesso di incontrarlo senza averne fatta richiesta: lei si fa coraggio e ignora la regola. Giunta al cospetto di Assuero, sviene per la debolezza. La storia è alla base della festa ebraica del Purim. Il corpetto dell’abito di Ester, e la manica della donna che la sorregge guardando Assuero, sono rese con cangianze celesti, indaco e soprattutto ametistine, come le ombre che si creano. Sono tocchi minimi ma vivi, su una tavolozza ricca di varianti cromatiche inusuali. Vi si trovano ad esempio il “tané” ed il “lionato”, il roseo, poi il “ciano”. La scelta dell’ametistino rende il fasto regale della scena, riversato anche nei colori, e infatti il viola, avvicinandosi idealmente alla porpora imperiale, era segno di ricchezza e rango. —

(8 - continua)

MICAELA TORBOLI

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