L’arancione eterno di Scarsellino nel mantello di San Demetrio
L’opera dell’artista ferrarese è esposta al Museum of Fine Art di Boston Il colore così come lo si conosce oggi venne definito solo nel XIX secolo
Nono appuntamento con il viaggio della Nuova Ferrara nei colori degli artisti ferraresi. Dopo il blu del Guercino, il verde di Dosso Dossi, il grigio di Giovanni Boldini, il nero di Baldassarre D’Este, il giallo di Carlo Bononi, il bianco di Ludovico Mazzolino, il rosso di Achille Funi e il viola di Giovanni Bonati, ecco ora l’arancione di Ippolito Scarsella, detto Scarsellino.
Arancione, sembra facile. Invece questo colore compare così definito solo dal XIX secolo. Ha una storia ricca e obliqua. Si separi il colore dal frutto e dall’albero di quella che chiamiamo arancia, cui comunemente si associa. Poi sarà un lungo viaggio nella storia dell’agrume, della tinta e delle parole per dirli. Thomas Klein ne ha offerto un sunto (in “Quaderni d’italianistica” XV, nn. 1-2, 1994) mirabile. Ferrara non ha il clima adatto per gli aranci, e i frutti un tempo venivano qui in gran copia dal Lago di Garda.
IL COLORE
Ariosto evoca nel poema «Mirti e cedri e naranci» (c. XVIII, 138), usando la parola ancora nella versione arabo-iberica. I monaci di San Domenico avevano una piccola “naranzara”, e anche i giardini estensi ci si provavano con fatica. Una delle imprese araldiche del cardinale Ippolito II d’Este reca i “pomi delle Esperidi”, mitica versione delle melarance, come si chiamavano talvolta le arance. Messisbugo nei suoi banchetti prevedeva la “narancia” sia candita che in succo, o al posto dell’aceto: infatti non sempre i frutti erano equilibrati, tanto che Lodovico Dolce, umanista del ’500, scrisse che «Il brusco specialmente suol piacere negli arangi», ed essi erano un dono simbolico: accade ad «alcun’ amore non esser convenevole da ambe le parti» e per darne messaggio si «potrebbe mandare uno arangio di sapore brusco; per havere egli una parte bella, che è la scorza, e’l sapore non dilettevole». Il colore, anche sulla scorta di Dante, si separa e viene a lungo detto “rancio”, come in Tasso (Rime, 41, II): all’alba «Il vermiglio suole/cangiarsi in rancio». Un ampio manto di damasco arancione cangiante (forse dipinto con realgar, solfuro di arsenico, e minio, ossido di piombo) è indossato dal San Demetrio che nel 1609 Scarsellino, in una alzata d’ingegno, preleva solitario da una pala magnifica della parrocchiale di Bondeno, un San Sebastiano fra i SS. Rocco e Demetrio (1520 ca.) di Giovanni Battista Benvenuti detto l’Ortolano, svenduta a metà ’800 e dal 1861 alla National Gallery di Londra. Un esperimento curioso. Non una copia, ma un “d’apres”, che in francese designa una citazione colta ed un omaggio ad un maestro. San Demetrio di Tessalonica, un guerriero in armatura che il critico Frabetti ha paragonato nel quadro di Ortolano ai Catafratti bizantini, fu martire del IV secolo. Venerato dagli ortodossi, a Ferrara non ha mai avuto seguito, eppure! Eccolo, prima in Ortolano, poi nello Scarsellino che ha trovato la via del Museum of Fine Art di Boston.
L’OPERA
Il San Demetrio ferrarese propone un gesto raro in pittura, con la mano sulla bocca. È una fusione tra il “signum Harpocraticum”, l’invito a tacere prudentemente che il dio del Silenzio egizio fa con un dito che poggia sulle labbra, e una espressione meditabonda. Insieme, ripete il gesto che Michelangelo attribuì nel 1512 all’affresco sistino con il profeta Geremia e poi (1531) alla statua fiorentina di Lorenzo de’ Medici duca di Urbino, nipote del Magnifico, nelle Tombe Medicee in San Lorenzo, detto perciò “il Pensieroso”.
Il manto arancione è una variante rispetto ad Ortolano, che usa un tono più sanguigno, rosso vivo. Scarsellino libera la figura nello spazio ed esalta il gesto inquieto e solitario del santo, che la vampata arancione del manto fa infiammare. —
(9-continua)
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