La Nuova Ferrara

L’OPERA a ferrara 

Dal Rinascimento al Barocco Luigi XIII è tornato ai Diamanti

Micaela Torboli
Dal Rinascimento al Barocco Luigi XIII è tornato ai Diamanti

Il quadro si trova in Pinacoteca, era stato rimosso per un intervento di restauro Il ritratto fu esposto come una sorta di omaggio della famiglia Villa alla Francia

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Dopo un importante intervento di restauro il ritratto di Luigi XIII di Francia è tornato al suo posto, nella parete della pinacoteca nazionale a Ferrara. Il quadro, dipinto dalla bottega di Philippe de Champaigne, venne realizzato in epoca barocca.

Barocco, ormai è una parola negativa. Si lega a pesante, esagerato, tronfio. Forse il barocco fu anche questo, ma il vocabolo/aggettivo, la cui origine è spagnola, specifica le forme fascinose delle perle irregolari, dette anche scaramazze, e quindi uno spostamento estetico sul mondo in cui riluce una nuova e speciale visione sulle cose, inquieta, fantasiosa. Si suole farlo partire dal 1623, data di elezione di papa Urbano VIII Barberini, ma è una semplice pezza d’appoggio. Ogni periodo storico ha avuto il proprio lato barocco, e insomma vi sono tanti barocchi, nella pittura, poi, dentro all’insieme si distinguono varie sfaccettature, che coprono sia naturalismo e classicismo che arzigogoli di ogni specie. Per Ferrara, devoluta alla Chiesa, l’epoca non fu felice, e molti nobili fecero fortuna all’estero, data le scarse possibilità di carriera in patria. Fra essi spiccarono i Villa, di origine padovana ma a Ferrara fin dal tempo di Nicolò III d’Este.

IL CONTESTO

Nel 1641 acquistarono il Palazzo dei Diamanti dagli squattrinati Estensi modenesi, ai quali era rimasto fino ad allora in proprietà. La fortuna dei Villa venne soprattutto dal mestiere delle armi, esercitato nel cuore del potere sabaudo, poiché godettero a Torino della benevolenza dei duchi di Savoia. E quindi della Francia. Il gusto francese si svela nelle serie dei quadroni con ritratti dei Villa, che ornano la galleria del piano nobile ai Diamanti. Tra essi c’è un ospite famoso in forma di ritratto, nientemeno che Luigi XIII di Borbone (1601-1643), re di Francia, detto “il Giusto”. Luigi era un uomo insicuro, orfano di padre in tenera età, schiacciato tra una madre italiana di polso, Maria de’ Medici, una moglie poco amata, Anna d’Austria, e soprattutto dominato dal cardinale Armand-Jean du Plessis de Richelieu, senza parlare di François Leclerc du Tremblay, in religione Padre Giuseppe, che dava manforte al cardinale con la sua mente politica. I ritratti di Luigi sono barocchi, ma al tempo si pensava che la sobrietà vi fosse rispettata. Per questo il ritrattista di corte fu a lungo un rigoroso e grande pittore, il belga Philippe de Champaigne (1602-1674). Ai Villa arrivò una versione di bottega del ritratto regale, tra quelle che in copia venivano prodotte su esempio degli originali di Philippe, adatta per i Diamanti come testimonianza di favore.

L’OPERA

Luigi appare con una complessa “demi-armure” la mezza armatura a piastre simile a quella originale che si trova al Musée de l’Armèe di Parigi, dove è esposta anche la corazza che usava da bambino. Ornata di gigli d’oro araldici, era un tempo foderata di velluto rosso. Il re ha il braccio sull’elmo abbinato, detto borgognotta, posato su un supporto, accanto c’è il guanto d’arme. Si nota un grande colletto, a trine come le” manchettes de dentelles”, stivali detti “bottes à chaudron” di cuoio giallo chiaro – con tacco alto, Luigi non era un gigante – e grande sciarpa da comandante: soprattutto compare il simbolo dell’Ordine dello Spirito Santo, la Croce d’oro biforcata e pomata, smaltata di bianco ed accantonata da quattro gigli d’oro e caricata in cuore da uno scudetto azzurro con la Colomba dello Spirito Santo. L’Ordine era stato fondato nel 1579 da Enrico III, l’ultimo re della dinastia Valois, morto senza figli. Tutto questo fa molto Tre Moschettieri, e infatti il romanzo di Dumas (1844) tratta proprio di quel periodo: i “moschettieri della guardia” vennero creati da Luigi XIII nel 1622. —





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