La Nuova Ferrara

FERRARA 

Pitocchetto, l’artista che raccontò i poveri Opere d’arte come testimonianza storica

micaela torboli
Pitocchetto, l’artista che raccontò i poveri Opere d’arte come testimonianza storica

I “portaroli” nei due quadri esposti a Palazzo dei Diamanti Le tele commissionate dai nobili «attratti dal contrasto»

3 MINUTI DI LETTURA





Pitocco, sostantivo maschile che sta per persona povera o avara, nel dialetto ferrarese diventa un modo per indicare chi è pigro, lento e permaloso. Il Pitoch, però, è anche il celebre personaggio del carnevale di Mezzogoro. Il pittore Giacomo Ceruti, nato a Milano nel 1698 e lì morto nel 1767, venne soprannominato “il Pitocchetto” perché predilesse dipingere i più disgraziati, i pitocchi, appunto. Due tele del pittore incentrate sugli “ultimi”, opere d’arte che sono anche documenti storici, sono oggi esposte alla Pinacoteca Nazionale di Ferrara. Le sale di Palazzo dei Diamanti ospiteranno i due quadri, prestati dalla Pinacoteca di Brera, fino al 4 ottobre.

IL TERMINE

Pitocco deriva dal greco, come dire mendico, indigente. Squattrinati ne sono esistiti sempre, e i pittori ne hanno sempre effigiati. Sono umili i pastori delle Adorazioni di Gesù, il popolo delle scene corali nelle più diverse occasioni, o, per restare a Ferrara, i contadini delle scene rurali di Schifanoia, alcuni tipi bizzarri dei Dossi, e i diseredati che invocano miracoli nei quadri di Domenico Mona. Voluto il contrasto con la ricchezza di alcuni settori della società, che era spesso tanto elitaria da far comprendere tra i meno fortunati, a parere dei felici pochi straricchi, anche borghesi niente affatto bisognosi, o la piccola nobiltà. È il caso dei “gueux”, i pezzenti, come un consigliere della governatrice dei Paesi Bassi, Margherita d’Austria, definì i rivoltosi che dal 1568 misero in subbuglio lo stato, annesso al dominio asburgico: tra essi il conte di Egmont (immortalato da Goethe e Beethoven), giustiziato per la sua lotta contro il governo asburgico, e che certo povero non era, ma opponendosi diventava un paria.

L’AUTORE

Quanto a Ceruti, crebbe durante il tragico periodo della Guerra di Successione Spagnola (1701-1714), che vide passare la Lombardia dal dominio iberico a quello austriaco. La Milano spinta dagli ideali dei Borromeo e degli Oratoriani, profondamente intrisa di religiosità e pietismo, aveva assai a cuore i disgraziati. In pittura, il filone dell’estremo realismo tipico del barocco lombardo era adeguato ai sentimenti caritatevoli di Ceruti, che li riversò nei suoi quadri tramite le figure dei più sfortunati. Seguiva una corrente nata già a Roma con i nordici lì trapiantati, grazie alla Schildersbent, il clan dei pittori olandesi e fiamminghi: seguaci della tendenza del loro paese a raffigurare la vita quotidiana, tragica certo, ma anche vocata a temi grotteschi o comici, seguendo i gusti dei ceti borghesi-mercantili in ascesa e la perdita di peso delle aristocrazie, nonché sensibili alle conseguenze dell’iconoclastia protestante, che aveva eliminato i dipinti di argomento religioso dalle chiese mitteleuropee. La pittura di storia, le mitologie, l’arte devota, l’accademia, non erano più sole in vetta alla ricerca artistica. In Lombardia scene di genere migrano talvolta verso un velo penitenziale, specie in città di provincia come Brescia, dove Ceruti operò a lungo, ritraendo sia nobili e potenti che gente della strada. Tra questi i “portaroli”, parola che deriva dal dialetto, e non presente nel vocabolario. Erano lavoratori addetti a trasportare piccole quantità di merci con i loro cestoni. A Brescia esiste persino una ricetta tipica, il “risotto alla pitocca”. Non pitocchi nel senso spagnolo del termine.

IL MONITO

In Spagna il “buscón”, ovvero il pitocco, è un avventuroso personaggio picaresco, disonesto, pigro e bugiardo, protagonista di romanzi. Dignità e decoro non mancano invece ai portaroli lombardi, ma con intenso patetismo. Vien da chiedersi perché i ricchi pagassero cifre notevoli per quadri che rappresentavano le misere condizioni del popolo. Giosuè Carducci, affermò che i nobili seicenteschi erano spinti ad apprezzare quadri e scritti sui poveri grazie alla «attrattiva del contrasto» rispetto alla loro condizione. Era anche un monito per non finire al verde. Nel ’700 del Pitocchetto però, all’alba dell’Illuminismo, qualcosa stava cambiando, verso una maggior partecipazione compassionevole.

I due quadri del Ceruti furono donati negli anni ’60 del Novecento a Brera da un critico d’arte, saggista e drammaturgo lombardo, Giovanni Testori, uomo ingarbugliato, devoto ma trasgressivo, coltissimo e attratto dalle contaminazioni, tra mille rimorsi, un grande dimenticato. —

micaela torboli

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google