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Oliver Stone in Italia La vita e il cinema: «Racconto la mia lotta contro il sistema»

Oliver Stone in Italia La vita e il cinema: «Racconto la mia lotta contro il sistema»

Il regista parla dell’autobiografia: Trump? Non credo vincerà Dall’infanzia fino a Platoon, in libreria arriva Cercando la luce

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I suoi primi 40 anni, tra arruolamento da volontario nella guerra in Vietnam «un’esperienza devastante che ha cambiato per sempre la percezione del mio Paese», e approdo al mondo del cinema «prima come sceneggiatore e poi anche come regista indipendente e contro il sistema (caratteristiche che non ha mai perso, ndr)». È quanto racconta Oliver Stone nella sua autobiografia, Cercando la luce che in Italia uscirà giovedì edita da La nave di Teseo. Il regista ne parla con i giornalisti a Roma, dove apre con Wall Street il programma di proiezioni di “Alice nella città” al Timvision Floating theatre sul laghetto del’Eur, arena estiva “galleggiante” per 150 persone distanziate a proiezione.

Per il cineasta, che non si è mai fatto spaventare dalle polemiche (anche recenti, quando ha riaffermato di non credere a un’interferenza della Russia di Putin nelle presidenziali del 2016), non mancano domande sulle prossime elezioni Usa e Donald Trump: «Non penso vincerà ma sia con i Democratici sia con i Repubblicani abbiamo gli stessi problemi. Sono orientati soprattutto alla spesa militare, che è di un trilione di dollari l’anno – dice –. Negli Usa non si spendono soldi sulle infrastrutture, le strade, i servizi, sono stati tagliati i budget per trovare antidoti ai virus. Si investe invece sull’estero per cambiare regimi, anche attraverso il soft power. Nessuno dei due partiti mette in dubbio questa linea, ed è sbagliato, non è democrazia. Non esiste negli Stati Uniti un partito per la pace, è molto disturbante e dovrebbe inquietare anche voi in Italia, che credo siate il Paese con più basi americane dopo la Germania».

VIETNAM E WALL STREET

Il cineasta newyorchese, classe 1946, ha deciso di fermarsi nel libro ai 40 anni, perché «rappresenta la chiusura di un ciclo: interrompo il racconto (dopo Platoon, ndr) nel momento in cui si realizza il sogno che avevo nutrito e desiderato, e per cui avevo lottato con sudore e sangue tra passi indietro e delusioni».

Wall Street rappresenta l’inizio di un nuovo ciclo, è per me un film molto importante perché mi ha portato a collaborare con mio padre, che aveva lavorato a Wall Street per 45 anni. Lui però non ha potuto vederlo, è morto nel 1985 e il film è uscito nel 1987». Stone decise di realizzare la storia «perché nessuno parlava più al cinema del mondo dei grandi affari, con qualche eccezione. Quando è uscito Wall Street il tema ha fatto notizia. C’era una sorta di moda, personaggi come Gordon Gekko (protagonista della storia, interpretato da Michael Douglas; ndr) diventavano tema da prima pagina. Nei giorni a Wall Street di mio padre non si parlava mai di soldi, era volgare, ma negli anni ’80 è cambiato l’atteggiamento verso il denaro, con persone volgari come Donald Trump».

Un passaggio epocale che Stone potrebbe raccontare anche in un secondo volume della sua autobiografia, dal 1987 ad oggi: «C’è molto da dire, con Reagan e la trasformazione di Wall Street, i soldi in America diventano la cosa più importante. Iniziano a dominare la politica e l’entertainment, le corporazioni diventano sempre più grandi».

GLI OCCHI SUL CINEMA

Oggi fare il regista, per lui, «è molto più difficile. Basti pensare che Snowden è stato finanziato da Germania e Francia, molto poco dagli Usa».

E aggiunge: «Dopo il 2001 è diventato quasi impossibile realizzare un film critico sulla politica estera americana. C’è una forma di censura che è economica».

Il governo americano d’altronde «da sempre ha un forte controllo su film e fiction. Un’ingerenza che a Hollywood - sottolinea - passa anche per il supporto alla realizzazione delle scene di guerra. Io non l’ho mai avuto; hanno rifiutato Platoon, perché per loro in Vietnam non c’era stato fuoco amico e non si uccidevano donne e bambini. Lo stesso per Jfk... continuano a dire bugie su bugie». —

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