La ballata macabra di Almodovar “La voce” di Cocteau diventa un thriller
Il regista: ho fatto mio un classico, l’ho reso contemporaneo «E con Tilda Swinton una chimica che mi ha fatto osare»
Nelle mani di Pedro Almodovar “La voce umana” di Jean Cocteau diventa un thriller intriso di passione, una passeggiata all’inferno in compagnia di una protagonista affranta ma volitiva. Disperata fino a tentare il suicidio, bellicosa fino ad acquistare un’ascia. Una donna (Tilda Swinton) che ha ampiamente superato l’orlo della crisi di nervi e adesso, come per miracolo, è pronta a ricominciare daccapo: «Non avevo mai pensato a me riflesso in quella donna, ma mi è successo, come accade a lei, di attendere invano... Guardandola, ho pensato che nel testo di Cocteau fosse troppo sottomessa, mentre io volevo vendetta, cercavo un atteggiamento opposto, una protagonista più contemporanea. Questo dimostra che il testo è vivo e si trasforma, non ho riscritto un classico, l’ho metabolizzato e fatto mio».
Il merito della rilettura, un film di 30 minuti girato a Madrid e presentato ieri fuori concorso alla Mostra, è anche nell’incontro magico tra il maestro spagnolo e l’attrice venerata, un’esplosione stellare di eleganza e passione, una contaminazione di anime e cervelli che, sullo schermo, si trasforma in immagini ipnotiche, una specie di ballata macabra aperta dai titoli di testa che annunciano lo stile del regista e dominata dalla silhouette di una diva che sa essere insieme eterea e carnale, angelica e temibile: «Si tratta di un monologo in cui la parola è tutto - spiega Almodovar - l’ho scritto in spagnolo e poi è stato tradotto in inglese. Ho detto a Tilda di essere libera di cambiare espressioni, scegliendo quelle che le sembravano più adeguate. All’inizio è stato un po’ difficile lavorare in un’altra lingua, ma sentirla parlare in inglese, per i toni e per la musicalità, è stato fantastico».
La collaborazione potrebbe proseguire: «Mi piacerebbe che questo idillio con Tilda andasse avanti, scoprire la chimica con un attore è un evento importante, ti dà la capacità di osare e moltiplicare il tuo talento».
Alla Mostra, Almodovar ha scelto di essere in carne ed ossa: un gran regalo al direttore Alberto Barbera, in tempi in cui tanti suoi colleghi hanno evitato viaggi pericolosi. «Il lockdown - ha detto il regista - ci ha costretti a casa, ma è anche servito a dimostrare alcune cose. Prima di tutto quanto la gente dipenda dalla narrazione e dalla cultura, elementi indispensabili, che in quel periodo di clausura hanno riempito il nostro tempo. Le piattaforme sono state fondamentali, ma hanno prodotto un risultato inquietante e negativo, facendoci percepire la casa come un luogo di reclusione dove, seppur in modo sedentario, è possibile fare tutto».
Adesso bisogna superare le sbarre e ritrovare la vita vera: «Non mi piace che questa sorta di detenzione continui nel tempo. Il cinema è l’opposto, andarci significa intraprendere un’avventura che comincia dal vestirsi, continua con l’uscire, culmina nel condividere un luogo al buio con degli sconosciuti, un’esperienza catartica. Da regista e spettatore, posso dire che la sala piena del respiro della gente mi comunica sensazioni forti».
Non a caso il futuro di Pedro Almodovar è denso di progetti e desideri: «Negli ultimi tempi sento di preferire una narrazione più sobria, che mi permetta di analizzare le cose in profondità. Ho in mente pièce brevi, ma anche una specie di western su quanto stiamo vivendo, in un contesto distopico. Bisogna continuare a fare cinema per spingere la gente ad andare al cinema».
E senza mai perdere la bussola di tutto: «La mia prima grande illusione è quella di essere vivo. La seconda di vivere facendo cinema». —
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