Romanzo rivelazione Il secolo breve visto da una famiglia residente a Stellata
L’autrice Raimondi racconta il ’900 con gli occhi dei Casadio «Ho mitizzato alcuni ricordi d’infanzia. È dedicato a papà»
Se “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, come scriveva il bardo nella sua ultima tempesta, spesso il nostro dolore è stato causato dalla rinuncia dei nostri desideri, delle aspirazioni che ci hanno definito negli anni e dall’impossibilità di inseguirle anche solo da lontano. La casa sull’argine, il romanzo rivelazione di Daniela Raimondi tratta proprio di questo attraverso la saga dei Casadio, una famiglia che si rivela straordinaria nel confrontarsi quotidianamente con il cosiddetto secolo breve. Nata a Sermide, Raimondi ha lasciato la sua terra per trasferirsi in Lombardia al confine con la Svizzera, quando ancora non ne aveva coscienza: il padre Guido decise di partire per offrire un futuro migliore ai suoi figli. La casa sull’argine, che potrebbe essere l’argine del tempo oltre a quello del Grande Fiume, è di fatto l’esordio in prosa dell’autrice, la quale vanta una lunga carriera da poetessa, saggista e traduttrice; e nessuno potrebbe avere più coraggio di un poeta nell’assecondare le proprie ossessioni senza tradire la sua essenza.
l’ispirazione
«Ho scontato la saudade – esordisce – del luogo che chiamiamo “casa”, dell’appartenenza a un territorio e al suo bacino culturale. Scrivo di Stellata e della sua rocca perché era il mio villaggio estivo, dove abitava la mia nonna materna; da piccola trascorrevo lì le vacanze».
Tra le righe trapela l’impronta di García Márquez e la sua tendenza al realismo magico. Perché è arrivata a immaginare un piccolo mondo antico con sprazzi tanto irrazionali? «Mi sono formata sulla letteratura latino-americana e ho scritto di un orizzonte esplorato tramite i ricordi dell’infanzia. Non avendo memoria delle mie origini mi sono affidata ai racconti e alle fascinazioni altrui; in un certo senso le ho mitizzate. A diciotto mesi sono stata portata via dalla Pianura Padana e ho vissuto spesso terre di confine. Primo Levi diceva che per introdursi in un contesto contadino bisogna farlo con un pizzico di magia, poiché la realtà rurale chiama la superstizione».
nella storia
I Casadio si dividono in due rami, i sognatori e i sensitivi: cosa rappresenta questo albero genealogico singolare? «Volevo affrontare i sogni in quanto rivincita personale e compimento della nostra creatività. Solitamente è la famiglia a tarparci le ali per protezione, siccome i giovani che nascono in un ceto sociale basso non avrebbero le risorse economiche per sostenere le loro vedute. Chi uccide i sogni, però, nel romanzo non lo fa con cattiveria, ma per una questione di sopravvivenza. L’intreccio comincia con Giacomo che ha l’ambizione di costruire un’arca alla maniera di Noè e con Viollca, una zingara che sposerà e ne cambierà le prospettive. Sono opposti e si completano: Giacomo ha occhi chiari e capelli biondi, Viollca è mora con lunghi capelli neri sempre adornati con piume di fagiano».
Ogni personaggio apre una porta verso un nuovo orizzonte, eppure tutti e inconsapevolmente cercano di realizzarsi. Quanto c’è di reale in loro... «L’unico del quale ho narrato la vita in trasparenza è Guido, mio papà, al quale ho dedicato il libro. Volevo lasciare una traccia della sua esistenza. Fino a quarant’anni non ho scritto alcunché, ma superata una lunga malattia ho iniziato il racconto con la nascita di Neve, mia nonna, nel 1909. Poi l’incipit è rimasto nel cassetto per vent’anni, alternando questo progetto alle poesie e acquisendo esperienza».
Ma il cuore pulsante del volume sono le donne: «Sono loro a mantenere i legami familiari, a tirare i fili del presente e a trattenere la trama del passato. Nel corso della storia le donne si dimostrano meno decisive, meno estreme nel connotarsi, ma più costanti degli uomini».
Ma in modo mai convenzionale...«Ho voluto mostrare delle situazioni anomale all’interno della frattura tra generazioni. La difficoltà di un rapporto tra madre e figlia, ad esempio, che parte dalla madre però, mandando così in frantumi lo stereotipo della mamma che ama incondizionatamente i figli. In fondo, i genitori sono persone ed in quanto tali - conclude l’autrice - manifestano debolezze, che nel tempo diventano mancanze e inadempienze». —
Matteo Bianchi
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