Stone: «Stiamo vivendo grandi cambiamenti Oggi i film si guardano in streaming, peccato»
Il cineasta ha presentato l’autobiografia alla Milanesiana a Bassano del Grappa: “Cercando la luce”, una vita da outsider di Hollywood
l’intervista
Samuele Govoni
Dici Oliver Stone e pensi a Platoon, Wall Street, JFK, Nato il quattro luglio o al più recente Snowden. Regista e sceneggiatore da sempre contro il sistema, sempre scomodo e mai alla ricerca di facili approvazioni o consensi, Stone è un outsider di Hollywood, una rockstar del cinema. Non a caso realizzò anche il tanto applaudito quanto discusso The Doors sulla storia di Jim Morrison e compagni.
In Italia per un tour de force di presentazioni e incontri, il regista ha fatto tappa anche a Bassano del Grappa, alla Milanesiana ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi. Qui ha presentato Cercando la luce (ed. La nave di Teseo), l’autobiografia in cui ripercorre i primi quarant’anni della sua vita. Nel corso della serata Toni Servillo ha letto alcuni estratti del libro e gli Extraliscio hanno fatto da colonna sonora a un evento da film.
Stone, perché ha scelto di intitolare la sua autobiografia “Cercando la luce”?
«Alla fine di una giornata di riprese, il sole sta tramontando, tu devi fare le tue inquadrature, alcune volte non hai più tempo, e cercare la luce significa andare il più veloce possibile per ottenere ciò di cui hai bisogno, e non ciò che vuoi, per girare la scena che hai in testa (perché la scena funzioni). Alcune volte ti va male, e sei fregato. È una situazione di tensione, ma a volte il miglior risultato viene da questo tipo di situazione, dagli attori, da te».
Perché, cosa succede?
«Sono le cinque del pomeriggio, il sole sta scendendo, arrivano le sette. Hai soltanto due ore per girare cinque inquadrature, spesso è tutto complicato. Ti trovi a dire “credo di poterlo fare in tre passaggi e non in cinque”. È un momento bellissimo perché hai trovato una scorciatoia nella tua mente, e non hai bisogno di quelle cinque inquadrature. E questo è eccitante, creativo. Ecco perché ho scelto questo titolo, perché intendo cercare la luce nel suo significato più profondo».
Quando ha capito che sarebbe diventato un regista?
«Probabilmente alla scuola di cinema all’università di New York negli anni ’70. Mi esaltavo guardando film, sapevo che volevo scrivere. Avevo scritto un racconto a 19 anni, non volevo diventare uno scrittore e ambivo a diventare uno sceneggiatore per il cinema. Così ho iniziato a fare film e scrivere sceneggiature, era il mio sogno. Ci sono voluti molti anni per realizzarlo, 18 anni, quando finalmente ho raggiunto ciò che volevo essere».
Come ha vissuto il periodo del lockdown?
«Sono stato fortunato, ero in California, un bel posto dove stare, con un bel giardino. La condizione migliore per uno scrittore. Non ho sofferto come le altre persone, non sono più giovane e non ho dovuto dipendere da un lavoro e quindi a differenza di tante persone non posso lamentarmi della situazione. La pandemia ci ha cambiati, molte persone stanno comunicando in remoto, viaggiamo molto meno, stiamo vivendo grandi cambiamenti. Cambiamenti che si vedono anche nel modo in cui la gente guarda i film: molti hanno scoperto lo streaming proprio col lockdown. Guardano i film su uno schermo più piccolo, è un peccato».
Quale storia vorrebbe raccontare oggi?
«Al momento non sto pensando a un film di finzione, sto lavorando a due documentari, un linguaggio che reputo interessante. Il primo è sul nucleare e sulla creazione dell’energia nel futuro. Un argomento molto importante per me, il cambiamento climatico è un tema di grande importanza per il futuro del mondo. È un peccato vedere la situazione politica attuale, come tutti sappiamo Trump nega il cambiamento climatico. Il secondo rilegge i fatti del passato, guardando indietro a ciò che è accaduto a partire dal 1991 quando ho girato JFK. Un caso ancora aperto sulla morte di John Fitzgerald Kennedy». —
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