La Nuova Ferrara

I teppisti inquietanti protagonisti di “J’ador” «Sono senza ideologia»

Giulia Zonca

Settimana della critica a Venezia, il corto evoca i fatti di Colleferro Il regista ha 26 anni: i gruppi seguono le mode della televisione 

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la presentazione



Se l’attualità più brutale è già dentro un film significa che il pestaggio di Colleferro non è solo un atto truce sfuggito all’umanità, è quotidianità che ribolle. J’Ador: cortometraggio in concorso alla Settimana della critica, 16 minuti per raccontare di un quindicenne attratto da un gruppo di giovani fascistoidi e disposto a farsi maltrattare per un’iniziazione. A trasformarsi in bullo per il desiderio di essere incluso. Il regista, Simone Bozzelli, ha 26 anni e ha ideato il soggetto perché si sentiva «circondato da questa dinamica malata. Ci si chiede come facciano a circolare certe persone, ma non sono alieni, anzi».



Prima di girare si è messo a indagare: «Sono tutti gruppi che da fuori giudichiamo di estrema destra ma loro usano dei comportamenti per un fatto identitario, non per ideologia. E attirano in quanto numero, tanti ragazzi vogliono sentirsi parte di una realtà ben poco desiderabile. È un fatto». Ricerche per la periferia di Roma, dove il corto è ambientato, al Tufello, «ma non volevo un luogo specifico, anche se tutto ciò che sta intorno al centro di Roma è un ecosistema purtroppo ideale per l’emarginazione». Non è certo il cuore della storia di J’ador a essere inedita, il perverso fascino del branco ha una letteratura (e purtroppo una cronaca) infinita, ma qui si parla dell’estetica dei branchi del 2020 ed è un dettaglio tutt’altro che secondario per capire la diffusione di certi atteggiamenti orrendi. Tutti quelli che stanno ben prima di un omicidio ma che possono con gran facilità portare lì. «Mi interessava la perversa attrazione, anche fisica, il passaggio dalla formazione che hai trovato in casa a quello che ti scegli». In certi gruppi la fratellanza è fatta di contatto, di uno sbattere l’uno contro l’altro: «il supermachismo spesso porta dalla parte opposta. Non è una questione sessuale ma di ruoli ambigui. Chi comanda e chi ubbidisce, una divisione molto master and slave».



Il lavoro di Bozzelli si tuffa in questo abisso e poi va a sbattere contro la realtà allucinante: «Nella mia storia c’è una festa dopo la scena in cui il gruppo brutalizza un uomo bengalese, l’ho messa per esaltare la normalità del male. Poi leggo che i picchiatori di Colleferro sono andati a bere una birra dopo aver menato Willy. L’attualità segue un copione: c’è davvero da avere paura». Le bande, nel film definite da Federico Majorana, non seguono più gli stereotipi: «Hanno le sopracciglia rasate e i vezzi, il petto depilato. Gli abiti di schieramento sono dismessi. Seguono le mode della tv». Altro particolare che li rende interessanti agli occhi di chi cerca considerazione, omologazione. Non sono alieni. —



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