Ariosto e la filosofia del furioso «Personaggi stranieri in patria»
Il poema dell’autore ferrarese nel nuovo saggio di Donà: ci mostra quello che il mondo non è
L’INTERVISTA
Nessun significato riesce a realizzarsi e a compiersi, se non nel disegnarsi di una vorticosa e incessante trasfigurazione che rende impossibile dire come stiano veramente le cose. È la direzione che il filosofo Massimo Donà indica al lettore nel suo nuovo saggio, Di qua, di là. Ariosto e la filosofia dell’Orlando furioso, edito da La nave di Teseo.
L’ordine è disordinato, il finito è infinito. In che senso Ariosto scrive del mondo come una metafora?
«Il mondo per l’Ariosto è un insieme di relazioni determinate e decifrabili solo apparentemente spiegabili; quest’ordine è infatti metafora del più assoluto disordine, di un caos di traiettorie mai riconducibili a un inizio e a una fine; così come l’incessante danza di movimenti spiralici e barocchi, di interruzioni e depistamenti di cui è fatto il grande poema ariostesco sono metafora dell’ordine geometrico con cui ci ha costretto a familiarizzare la scienza. Ariosto ci mostra quello che il mondo non è».
Perché l’ordine immobile e necessario della realtà sembra condannare i personaggi ariosteschi e noi con loro?
«L’ordine immobile e necessario della realtà è quello di cui la nostra vita ha bisogno per svolgersi e svilupparsi proficuamente. Ma esso condanna i personaggi dell’Ariosto a sentirsi stranieri in patria. A sentirsi in balia di inganni e trappole destinati a rendere sempre meno credibile il senso che credono di poter consegnare al reale in quanto tale».
Cresce tra le ottave il bisogno profondo di un orizzonte “casuale, contingente e gratuito”. In questo consiste la sua estrema attualità?
«I protagonisti delle scorribande di cui è popolato il Furioso, sembrano avvertire con forza l’insostenibilità di ogni compiutezza e saldezza semantica. Perciò ogni volta, là dove l’azione sembra in procinto di compiersi e raggiungere la propria meta, e definirsi in forma ragionevole, ecco irrompere l’entrelacement… ecco che l’eroe devia dal percorso intrapreso e si lascia distrarre dall’irrompere imprevisto del caso, della pura accidentalità e della gratuita contingenza; come a dirci che nulla ha senso, nella vita degli umani. Ma tutto riflette la gratuità di un gioco cosmico che la scienza ha ormai riconosciuto quale essenza e cuore profondo di ognuna delle statiche oggettualità con cui crediamo di aver quotidianamente a che fare».
L’origine senza tempo delle continue crepe, delle fughe e delle rincorse a perdifiato, è per caso l’amore?
«L’amor che move il sole e l’altre stelle, aveva detto Dante; ma l’Ariosto avrebbe compreso alla perfezione che questo eros conduce ogni essere umano alla follia. E che dunque la follia incombe costantemente sulle nostre esistenze; minando a fondo vite individuali che pensano di decidere le proprie mosse, ma sono in verità inconsciamente mosse da un desiderio insoddisfabile. Che vive e si alimenta – paradossalmente – proprio dei fallimenti e delle insoddisfazioni cui è costantemente destinato. Degli scacchi che talvolta ci fanno scoprire di non essere neppure umani; ma bestie e dèi al contempo». —
Matteo Bianchi
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