I “souvenir” esclusivi del Rinascimento La ricca collezione della famiglia estense
In pinacoteca le opere create da Severo per Isabella d’Este Con loro anche medaglie, monete e gemme incise
Un tempo, accanto alla Torre Marchesana del Castello Estense, esisteva una camera dei tesori, detta “l’Uscio di Ferro” (come racconta in un suo scritto Giovan Battista Pigna, segretario ducale intorno alla metà del ’500), dove venivano conservati dietro una porta super blindata i più preziosi oggetti delle collezioni estensi. Si può avere una sia pur minima idea di quanto e cosa fosse riposto in quella enorme cassaforte, visitando una piccola sala della Pinacoteca Nazionale di Ferrara, in questi giorni. Sono infatti qui giunti temporaneamente dalle Gallerie Estensi di Modena alcuni manufatti artistici di altissimo livello, che facevano parte del patrimonio ferrarese. Tra essi alcuni mirabili bronzetti. Chi non ha mai comprato una statuina o un gingillo per ricordo?
UNA SPECIE DI SOUVENIR
Nel Rinascimento esisteva qualcosa di simile al souvenir, fatto anche in serie ma insieme esclusivo e raffinatissimo, per ornare gli studioli o altri ambienti: il bronzetto. Erano abili quanto gli orafi gli artisti esecutori che si dedicavano a questi piccoli capolavori, laccati o patinati per ottenere effetti speciali sulle superfici, che talora erano addirittura dorate, integralmente o in parte. Senza impegnare patrimoni in grandi statue ci si orientava sui bronzetti, facili da trasportare, collezionabili e densi di significati. L’idea principale era di riprendere temi e stile della statuaria antica, partendo da un modello in cera, fuso in bronzo e poi rinettato con attenzione maniacale. L’oggetto doveva dare l’impressione di monumentalità malgrado le ridotte misure. Tra le collezioni più importanti al mondo c’è quella estense, divisa con la Devoluzione, ed altre traversie, tra Modena e Ferrara.
PICCOLI BRONZI
Queste miniature erano prodotte soprattutto in due città, Firenze e Padova, con una notevole supremazia della seconda realtà, sebbene essa venga attribuita alla presenza nel ’400 in Veneto del grande toscano Donatello. Vero anche però che allora Padova era armata intellettualmente quanto Firenze, specie in materia antiquaria, grazie alla presenza di umanisti impareggiabili, alla vicinanza con Venezia dove giungevano preziosità archeologiche da ogni dove, e alla rinomata università, che a Firenze contava meno, avendo perso allora peso rispetto alla sede di Pisa. I piccoli bronzi, figurine maschili e femminili, spesso anche raffiguranti animaletti, comparivano anche a decorare giardini e fontane, o a corredo di statue monumentali. Tuttavia l’idea dell’invenzione ex-novo, libera dal copiare l’antichità e innovativa pur nell’impronta classicista, si sviluppò specie a partire dall’ultimo ventennio del’400. Si mise in evidenza il fiorentino (ma di sangue tedesco) Bertoldo di Giovanni (1440-1491), del quale la Galleria Estense di Modena possiede un Ercole a cavallo, probabilmente pensato per il duca di Ferrara, Ercole I d’Este. Il bronzetto sta “riposando” a Modena perché è stato prestato per la mostra terminata in gennaio a New York e dedicata a Bertoldo, alla Frick Collection: purtroppo senza molta eco in Italia. Bertoldo, richiestissimo dai contemporanei, Estensi tra i primi, e amico dei Medici, fu attivo anche a Padova, dove erano assai apprezzate la riproduzioni di figure naturalistiche di bestiole e le “placchette” bronzee, bassorilievi di misure piccine ma intensamente concettuali.
IN PINACOTECA
Uno dei maestri settentrionali più abili in questo, ma anche presto quasi dimenticato, fu Severo Calzetta da Ravenna (1470 ca. – 1538 ca.), figlio d’arte, che taluni storici affermano fosse nato a Ferrara. In Pinacoteca sono esposti appunto alcuni lavori di Severo, il quale venne anche notato da Isabella d’Este, che riempiva il suo straordinario studiolo mantovano di preziosità in piccolo. Inoltre sono giunte a Ferrara tre medaglie che sono fra le più importanti e studiate opere della “Galleria metallica” estense, recanti i ritratti del marchese Leonello d’Este (dell’immortale Pisanello), di suo fratello duca Borso (opera del Lixignolo, che nell’antico italiano significava usignolo) e del dotto Ludovico Carbone (“opus Sperandei”, di mano del grande Sperandio), esemplari fondamentali per la storia figurativa e simbolica. A corredo le vetrine mostrano gemme incise di fattura eccezionale e rutilanti di colori, monete antiche d’oro fino o argento, e altri splendori che erano vanto dell’insaziabile collezionismo estense. —
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