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La biblioteca ideale di Bowie I 100 libri che fecero la leggenda

Piero Negri
La biblioteca ideale di Bowie I 100 libri che fecero la leggenda

Avido lettore, nel 2013 il cantante stilò la lista. Ora uno scrittore li incrocia alla vita e all’opera  

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il saggio

Piero Negri

Negli anni Settanta David Bowie viaggiava ovunque, e sempre in treno o in nave, con alcuni bauli che contenevano la sua biblioteca personale. Nel sistema classista della Gran Bretagna della sua infanzia, aveva frequentato scuole buone, per i figli dei borghesi suburbani, non ottime. Ma era diventato un avido lettore, e un appassionato di cinema e d’arte, curioso e abile nello scegliersi i maestri. La lista dei cento libri capitali che Bowie compilò nel 2013, non fu un peccato di hybris. Semmai, un’autobiografia.

L’anno è cruciale: nel 2013, l’8 gennaio, giorno del 66º compleanno, appare improvvisamente una sua canzone che rievoca gli anni berlinesi, a quasi dieci anni dall’ultima uscita, dopo l’infarto e il graduale inabissamento in una dimensione di vita molto privata. Due mesi dopo uscirà l’album “The Next Day” e partirà dal Victoria & Albert Museum di Londra la mostra itinerante «David Bowie Is», che lo colloca tra gli immortali già con il titolo, «David Bowie è» (sarebbe morto meno di tre anni dopo, il 10 gennaio 2016). Alla seconda tappa, in Canada, apparve la lista dei cento libri che lui considerava i più importanti e influenti.

un capitolo per libro

Si è parlato molto di questa biblioteca ideale, per la quale oggi basterebbe un Kindle, altro che bauli. Il giornalista inglese John O’Connell ha incrociato i titoli con la vita e l’opera di Bowie in un libro in cento capitoli ora uscito in Italia (“Il book club”di David Bowie”, Blackie, 19,90 euro).

Bowie fu uno straordinario artista pop, forse il più grande: è possibile godersi “Heroes”, tra le sue canzoni più celebri, senza sapere che i delfini di cui parla il testo sono quelli di Alberto Denti di Pirajno, nato alla Spezia da padre siciliano e madre inglese, medico del Duca d’Aosta poi funzionario coloniale in Somalia, Eritrea, a Tripoli, e del suo A Grave for a Dolphin, «La tomba del delfino».

Bowie fu un uomo del Novecento, sulla sua pelle di performer ci sono tutte le cicatrici del secolo. Il titolo più antico della sua lista è l’Iliade di Omero, il più recente “The Age of American Unreason” di Susan Jacoby, uscito nel 2008, profetico saggio sul tragico abbassamento di livello della conversazione pubblica nell’era digitale. Altri due sono gli italiani: Dante (l’Inferno) e Tomasi di Lampedusa con “Il Gattopardo”. Il grosso della lista è costituito dai punti fermi del modernismo: “La terra desolata” di T.S. Eliot, William Faulkner (“Mentre morivo”), “Lo straniero” di Camus, “Lolita” di Nabokov.

Non manca “Sulla strada” di Jack Kerouac, scritto sotto l’effetto del jazz e di altri eccitanti, senza il quale non esisterebbero né Dylan né il rock. Glielo aveva consigliato il fratello maggiore Terry, schizofrenico, morto suicida nel 1985. Per Bowie era stato il primo punto di svolta, a 12 anni: letto quel libro, decise di mettersi a dipingere e di imparare a suonare il sax. Il resto, come si dice, è storia. —

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