Il suo nome è Sean Addio a Connery l’antidivo innamorato soltanto due volte
Scomparso nel sonno a 90 anni alle Bahamas dove viveva «La mia vita non ha niente a che fare con il lusso delle star»
Per il lancio di Agente 007 Licenza di uccidere i pubblicitari britannici avevano concepito un poster in cui Sean Connery, figlio scozzese della «working class», trasformato dal regista Terence Young in agente segreto al servizio di Sua Maestà, appariva in smoking, da una parte la pistola con il silenziatore, dall’altra la sigaretta accesa. Dire che l’idea avesse fatto centro è poco, anche perché, su tutto, spiccava l’espressione del protagonista, ironica e beffarda, con quel mezzo sorriso enigmatico che prometteva tutto, avventura, sesso, divertimento. Per Connery, scomparso ieri alle Bahamas, dopo aver appena toccato, lo scorso 25 agosto, il traguardo dei 90 anni, si aprì un crescendo professionale che non avrebbe mai sperato: «A Londra ero solo - raccontava -, nessuno da casa poteva spedirmi denaro. Ho cominciato dal basso della scala la conquista della mia autonomia e ne sono fiero». La tenacia che, dopo i tanti mestieri affrontati a 13 anni per sostenere la famiglia indigente, lo aveva portato dritto tra le braccia del successo è sempre stata parte integrante del carattere di Sean Connery, introverso, solitario, indipendente, deciso a smarcarsi dalle abitudini comuni ai divi hollywoodiani: «La mia vita non ha niente a che fare con il lusso divistico di alcune star del presente e del passato».
Forte delle sue convinzioni, maturate nella lunga gavetta, al ritorno dai due anni trascorsi nella Royal Navy, Sean Connery ha saputo uscire indenne dalla pericolosissima gabbia dei successi planetari, quella maledizione che rende gli interpreti vittime dei loro ruoli più celebrati. È stato 007 in una serie lunga cinque film, dopo un decennio è tornato sulla stessa scena in Mai dire mai, nel frattempo è diventato oggetto di dibattiti mondiali sulla natura psico-sociologica del fenomeno Bond e, ancora oggi, tutti i referendum lo incoronano miglior 007 della saga.
Insomma, ce n’era abbastanza per annientare qualunque tentativo di essere altro. E invece Connery ce l’ha fatta, merito di grandi maestri, come Hitchcock che l’aveva voluto in Marnie (anche se il film si rivelò un flop) e come Sydney Lumet che l’aveva scritturato per La collina del disonore e di lui aveva detto: «Ho una passione autentica per gli attori di razza e Sean è uno di questi».
La varietà delle doti di Connery viene fuori man mano, nella carriera pre e post-Bond, nel fantascientifico Zardoz di John Boorman, nella rilettura firmata Richard Lester della storia di Robin Hood Robin e Marian, nell’avventuroso L’uomo che volle farsi Re di John Huston, nel malinconico Cinque giorni un’estate di Fred Zinnemann. E poi, ancora, in Indiana Jones e l’ultima crociata regia di Steven Spielberg, dove Connery si era divertito a indossare cappello e occhialini dell’archeologo padre del protagonista.
L’Oscar arriva nell’88, con il personaggio del disincantato Jimmy Malone, poliziotto irlandese nella squadra degli Intoccabili di Brian De Palma, due anni dopo la prova scintillante nel Nome della rosa di Jean Jacques Annaud dov’era Guglielmo di Baskerville. In quel personaggio Connery aveva ritrovato l’eco della sua passione per la letteratura. Su quest’amore, sull’incrollabile militanza in nome dell’indipendenza scozzese, sull’impegno contro razzismo e pena di morte, aveva trovato i puntelli della sua esistenza riservata. L’uomo che poteva conquistare tutte le donne del mondo, ne ha avute solo due importanti, Diane Cilento, sposata nel’62, con cui ha messo al mondo l’unico figlio Jason Joseph, e Micheline de Rocquebrune, sua moglie dal ‘75. La coerenza intellettuale aveva illuminato la performance di Cercando Forrester, regia di Gus Van Sant: «C’è una vena di segreta e introversa poesia in tutti i gesti del mio cupo, ma anche divertente, Forrester. Non poteva non essere mio». Quattro anni dopo l’investitura di «Sir», Connery, nel 2006, aveva lasciato le scene e, 3 anni fa, l’amico Michael Caine, in una dichiarazione spaventata (poi smentita dal portavoce dell’ex-Bond) aveva descritto l’attore vittima dei primi segnali di Alzheimer. Eppure la memoria dei grandi sopravvive grazie alle emozioni suscitate nel pubblico. Nessuna nebbia offuscherà mai l’immagine di Connery, sex-symbol proletario, gigante dall’anima tenera. —
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