Sandrelli: «Mi faceva ridere come nessuno, irresistibile e molto paterno: un genio»
[CS-BOXOCCTES]l’intervista
[FIRMA&LUOGO]Fulvia Caprara<MC> / Roma
[CAPOLETT2]L’ultima volta era stata ancora tutta da ridere. Sulla scia di un programma tv dedicato a poeti romani, come Belli e Trilussa, in cui Proietti coniugava verbi secondo le regole del dialetto romanesco, lei, non avendo colto bene un passato remoto, gli aveva chiesto di ripetere la declinazione, per capirla meglio, e divertirsi di più: «Ero dalla parrucchiera – racconta Stefania Sandrelli – mi arrivò il messaggio di Gigi, uscii così come stavo per telefonargli e dirgli quanto mi avesse fatto ridere. Facemmo una lunga chiacchierata, sapevo che non stava bene, è stata l’ultima». Il verbo era «andare» e il messaggio era questo: «Io Agnedi tu annasti egli agnede. Noi annassimo, voi annassivo, essi agnedero (o andorno). Baci Gigi». Un a di quelle meraviglie con cui Proietti amava giocare: «Da oggi la vita è più vuota – dice Sandrelli – perdiamo un grande attore, ma anche maestro nell’uso della parola, della metrica, del gusto, di tutto. Posso solo dire quanto sia stato bello conoscerlo».
[DOMANDA]A quando risaliva il vostro primo incontro?
[/DOMANDA][RISPOSTA]«Sul set di Brancaleone alle crociate di Mario Monicelli Gigi interpretava un personaggio che si chiamava Pattume, un termine viareggino per dire immondizia, e già questo a me, nativa di Viareggio, mi faceva molto ridere. Io, invece, facevo una streghetta, e ridevo a crepapelle, era difficilissimo restare seria. Avevo un lasciapassare per poter essere sempre sul set e, siccome Gigi aveva anche un’altra parte, quella di Colombino, chiesi a Monicelli di assistere alle scene, ma dovetti prima giurargli che sarei stata zitta per non rovinare le riprese: “ti prometto che starò sempre con una mano sulla bocca”. Su set c’era spesso anche mia figlia, e rideva moltissimo pure lei. Se devo fare un paragone, mi viene in mente Alberto Sordi, li accomunava la generosità e il piacere di far ridere».
[/RISPOSTA][DOMANDA]Anni dopo, avete lavorato nel “Maresciallo Rocca”.
[/DOMANDA][RISPOSTA]«Gigi mi fece leggere quel progetto bellissimo e, siccome il mio personaggio, Margherita, aveva tinte fosche, gli risposi che l’avrei accettato solo se lui mi avesse giurato che non avrebbe mai abbandonato il ruolo del protagonista. Gli dissi anche che sarebbe stato un gran successo, e infatti...».
[/RISPOSTA][DOMANDA]Come fu, poi, la lavorazione sul set?
[/DOMANDA][RISPOSTA]«Chiedevo sempre molti consigli a Gigi, aveva in mano la storia, il personaggio di Margherita, il rapporto che un uomo di legge si trovava ad avere con lei. Anche allora facevo fatica a restare seria per le battute di Gigi, quella volta il regista che subiva era Giorgio Capitani. Lo stesso con cui poi abbiamo girato Mai storie d’amore in cucina, esperienza molto divertente».
[/RISPOSTA][DOMANDA]L’impressione è che, dal cinema, Proietti avrebbe potuto avere maggiori soddisfazioni. Lei che ne pensa?
[/DOMANDA][RISPOSTA]«Gigi ha dato talmente tanto al teatro che, per fare lo stesso col cinema, avrebbe dovuto avere a disposizione un’altra esistenza. Col grande schermo, comunque, ha fatto cose bellissime. Non voglio certo paragonarmi a lui, ma io ho recitato in cinque pièce teatrali e sono stata in giro con tre tournée, ma la mia vita l’ho consegnata al cinema. Penso sia stata la stessa cosa per lui, col teatro».
[/RISPOSTA][DOMANDA]Riuscire a far ridere è anche sedurre. Concorda?
[/DOMANDA][RISPOSTA]«La risata è preziosissima, diventa la cosa che più ti manca, quando l’hai avuta, non ne puoi più fare a meno».
[/RISPOSTA][DOMANDA]Siete sempre rimasti in contatto. Che cosa vi legava?
[/DOMANDA][RISPOSTA]«Ogni volta che Gigi faceva uno spettacolo andavo, avrò visto venti volte A me gli occhi, please. Era bello incontrarsi, dopo si andava al ristorante, facevamo le ore piccole, e giù a ridere. Se c’era qualcosa che trovavo irresistibile, me la rifaceva apposta. Con me aveva un rapporto paterno, protettivo, affettuoso». [/RISPOSTA][FINETESTO]–
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