La Nuova Ferrara

L’APPROFONDIMENTO 

Anatomia di un dipinto Il Guercino a Ferrara

Micaela Torboli
Anatomia di un dipinto Il Guercino a Ferrara

“Et in Arcadia ego”, l’opera sospesa tra la vita e la morte Quattrocento anni dopo il quadro è ancora un enigma

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Et in Arcadia ego è il tema di un dipinto eseguito intorno al 1620 da Giovanni Battista Barbieri, detto il Guercino da Cento, che, dalle romane Gallerie Nazionali d’Arte Antica del Museo d’Arte a Palazzo Barberini e Palazzo Corsini, fa tappa brevemente alla Pinacoteca Nazionale di Ferrara. È un’opera di straordinaria importanza per la storia dell’arte occidentale. D’altronde, essa fu richiesta a Guercino da un committente raffinato che ne dettò il complesso tema, forse un Rospigliosi o un Barberini, dato che compare nell’inventario del 1644 dei beni del cardinale Antonio Barberini. Il titolo è già un enigma. L’Arcadia è una regione antica della Grecia, sita nel Peloponneso, e prende il nome da Arcade, il mitologico figlio di Zeus e della ninfa Callisto. I poeti la cantarono come la terra ideale, una specie di luogo d’armonia tra uomo e natura concentrato in un Eden pagano.

L’ANALISI

Et in Arcadia ego, tradotto varrebbe “Anche io sono presente in Arcadia”. Chi è questo “io”? In senso lato, la morte. Insomma, anche nel più bel posto del mondo il destino dell’uomo è di finire. Questa la traduzione più accreditata. Ma ce ne sono altre. Nel quadro due pastori, uno più giovane dell’altro, guardano assorti un teschio poggiato su un muretto in mattoni slabbrati, sul quale si legge appunto la frase in latino, nello sfondo di un crepuscolo che si spande nel verde boscoso. Il teschio è assalito da un bruco, da una mosca e da un topolino, secondo la tradizione dei “memento mori”, quei “ricordati che devi morire” che si trovavano celati nelle nature morte, dove i frutti dipinti erano sia perfetti che in qualche parte bacati o guasti: quindi è possibile che si tratti di un pensiero riferito al morto, come dire “anch’io ero felice in Arcadia, ma poi sono trapassato”, “pur nella serena Arcadia è in agguato la Morte”. Questa lettura del quadro non ha convinto chi cerca sempre nelle pitture segreti nascosti e fonti dimenticate. Si sono versati fiumi d’inchiostro per trovare spiegazioni diverse e ben più complesse. Pensare che fino al 1911 il dipinto non era neppure attribuito a Guercino, ma a Bartolomeo Schedoni: solo allora il critico tedesco Voss lo restituì al centese. Si disse che i poemi pastorali di Virgilio fossero alla base dell’invenzione, e certo una atmosfera virgiliana è presente.

LA RILETTURA

Lo storico Erwin Panofsky, uno dei mostri sacri della storia dell’arte, nel 1936 diede la sua interpretazione, che resta la più citata, ma solo nel 1964 gli studi di Francesco Della Corte hanno individuato nell’oscuro poeta Decimo Magno Ausonio l’autore della frase, in relazione alla tomba più famosa dell’Arcadia, quella del commediografo romano Publio Terenzio Afro, che si dice morto di dolore in Grecia per aver perduto i testi di alcune sue commedie, finiti in fondo al mare in un naufragio. La narrazione quindi sarebbe, per via del teschio di Terenzio: “Io non ci sono più, ma le mie opere vivono nella poetica Arcadia”. Il dipinto del Guercino fu ammirato. Altri pittori ne trassero l’argomento, tra cui il più celebrato è Nicolas Poussin, per due volte ispirato nei suoi Pastori d’Arcadia-Et in Arcadia ego, eseguiti tra 1630 e 1640; una tela sta presso Chatsworth House, nella collezione di Peregrine Cavendish, XII duca di Devonshire, e l’altra al Louvre. Proprio la versione francese ha spinto entusiasti studiosi d’oltralpe ad approfondire il tema, non seguitissimo in Italia. Poussin, che ha mitigato il tono lugubre che permea il nostro dipinto, vince nel giudizio generale, mentre resta in sottordine Guercino: che il centese abbia preceduto il francese – non è cosa da poco – e sia stato il primo a trattare il soggetto, di solito risulta quasi ininfluente, davanti al presunto potere poussiniano.

REMINISCENZE

In anni recenti si è trovato, lambiccando intorno a Poussin, un presunto aggancio tra il suo Et in Arcadia ego e il cosiddetto “Priorato di Sion”, quindi con i supposti segreti di Rennes-le-Château, il Sacro Graal, l’alchimia, la massoneria... perciò l’argomento è tornato agli onori delle cronache. Sempre senza ben evidenziare Guercino e i suoi meriti. Il doppio ritratto di due amici ha precedenti famosi, come quello di Giorgione del 1502 e quello di Raffaello: il primo appartenne anche ai Pio di Savoia, stabilmente presenti a Ferrara, e non è improbabile che Guercino lo conoscesse. —





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