La Nuova Ferrara

Tiziano Ferro tra bulli, alcol e coming out «Niente musica, qui mi metto a nudo»

Fulvia Caprara
Tiziano Ferro tra bulli, alcol e coming out «Niente musica, qui mi metto a nudo»

Da venerdì su Amazon Prime Video un documentario sul cantautore laziale, per la regia di Beppe Tufarulo  

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l’intervista



Tiziano Ferro a cuore aperto, in prima persona, rinunciando, per scelta precisa, all’effetto lustrino, al glamour da palcoscenico, a tutto quello che lo ha reso star della musica internazionale. L’avvio, inatteso, è in una chiesa, con il protagonista raccolto in preghiera e poi con le sedie in circolo di un gruppo di alcolisti anonimi, dove l’ultima è occupata dal cantante: «Bevevo quasi sempre da solo, l’alcol mi aiutava a non sentire la tristezza». Non succede spesso che una celebrità decida di mettersi a nudo trascurando le inquadrature in cui verrebbe meglio. Il presupposto di “Ferro”, regia di Beppe Tufarulo, da venerdì su Amazon Prime Video, è proprio questo: «Ho chiesto un atto di coraggio, ho voluto che non ci fosse musica, ho fatto tanti video e tanti dvd, stavolta volevo un racconto vero, in cui il messaggio superasse l’estetica, era più importante che arrivassero altre cose». Da Los Angeles a Latina scorrono le tappe salienti di un cammino doloroso, i traumi del bullismo, la dipendenza alcolica, la difficoltà del coming out: «Da quando sono ragazzo la musica è stato il canale per esprimermi in un mondo in cui non mi riconoscevo».

Come ha deciso di rendere pubblica la sua esperienza con gli alcolisti anonimi?

«Ci ho riflettuto, perché quei percorsi si basano, appunto, sull’anonimato, anche se io, quando andavo nei centri di recupero a Roma e a Milano, trovavo sempre fuori paparazzi. Mi ha aiutato il fatto di vivere qui a Los Angeles, un posto dove tutti gli artisti si danno da fare in modo potente per trasformare le loro esperienze in messaggi che puntino alla soluzione del problema. Forse bisogna guardare le cose da quest’ottica, senza paura né vergogna, chi ha bisogno di aiuto deve cercarlo, con l’obiettivo di raggiungere una vita felice, libero da ossessioni».

Il film riprende tanti momenti di vita privata. Difficile convivere con le telecamere a distanza ravvicinata?

«Un po’ di disagio l’ho avvertito, anche perché, avendo eliminato qualunque intervento di tipo estetico, succede che un giorno sei rosso, uno grigio, uno spettinato o arrabbiato. Però avevo stabilito di fregarmene e, alla fine, la telecamera non la vedevo nemmeno».

Ricorda i giorni di ragazzo bullizzato, quando, come dice, «ero grasso e timido». Cosa la ferisce di più?

«Quello che più mi ferisce è vedere persone che si sforzano di fare del male in nome di nulla, e questo anche quando lasciar andare potrebbe rendere migliore la vita di tutti. Quando assisto a queste scene, non riesco a non provare un enorme grado di dolore e rabbia. E mi riferisco anche a certe cose che accadono in Parlamento».

Come ha vissuto l’apertura di papa Francesco nei confronti del mondo gay?

«Ho pianto un giorno per le sue parole. Per me la Chiesa è sempre stata molto ispiratrice. Sentire il papa che parla di compassione ed empatia fuori dagli schemi, mi ha commosso. A me non interessa il supporto su adozioni o figli, quello che voglio è il rispetto».

Come sta vivendo il dramma della pandemia?

«Qui in America siamo chiusi da marzo, c’è stato un tentativo a giugno di riaprire qualcosa, ma poi, con l’aumento dei contagi negli Stati rurali, i più fedeli a Trump che, all’epoca, non metteva neanche la mascherina, ci sono stati picchi enormi, ed è stato richiuso tutto. Ho provato tristezza, depressione, ho cercato di lottare per essere creativo, mi sono messo a fare delle cover per amore e ho chiesto alla mia casa discografica di pubblicarle. Mi sono impegnato nel sostegno a un fondo per la musica, il Music Innovation Hub, per aiutare i lavoratori che hanno il diritto di essere protetti».

Nel film c’è una breve parentesi sanremese. Tornerà, Covid permettendo?

«Non credo, vorrei che quella partecipazione restasse un bel ricordo, lascerei spazio ad altri, magari mi piacerebbe tornarci in veste di autore. E comunque Sanremo si farà, almeno il festival deve rimanere una bella certezza, comunque si scelga di realizzarlo».

Alla difficoltà del momento si è aggiunta la perdita di Proietti, lei lo conosceva?

«Sì, Gigi per me è stato un grande punto di riferimento, una persona piena di gentilezza e generosità. Quando era di scena al Brancaccio andavo a vederlo sempre, non voleva che pagassi il biglietto, allora gli portavo dei piccoli regali e lui “ma che fai? Ma che me dai?”. E poi che meraviglia le notti al Globe Theatre, Shakespeare in mezzo alla natura. Se avesse lavorato anche all’estero, avrebbe cambiato la storia dell’one-man-show». —



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