La Nuova Ferrara

DA OGGI ONLINE 

“De amores y delitos” La trilogia firmata da García Márquez in versione restaurata

Paolo del Vecchio
“De amores y delitos” La trilogia firmata da García Márquez in versione restaurata

Le pellicole furono ritrovate in un magazzino a New York L’opera al Festival del Cinema Latino Americano di Trieste

4 MINUTI DI LETTURA







Quando Gabriel García Márquez si diede al cinema, aveva 32 anni, all’attivo uno solo romanzo pubblicato, La hojalasca, altri quattro nel cassetto e cercava una via d’uscita dal lavoro di corrispondente di Prensa Latina da New York. Soprattutto, voleva mettere a frutto la sua antica passione, che lo aveva portato a studiare sceneggiatura e regia al Centro sperimentale di cinematografia di Roma.

Con la sua feconda immaginazione, iniziò a compaginare script con racconti e novelle, i suoi amori, pur riconoscendo che in realtà si trattava di nozze spurie. Perché «la realtà è che finora cinema e letteratura sono una specie di matrimonio mal assortito: non possono vivere né assieme, né separati», come annotava nell’agosto 1987 in un articolo su El Espectador. Nel legato del Nobel colombiano alla settima arte, c’è la Fundación del Nuevo Cine Latinoamericano all’Avana, con l’impulso alla Escuela Internacional de Cine y Televisión di San Antonio de los Baños, a Cuba.

Qualche partecipazione all’adattamento di sue opere al grande schermo, rare incursioni come attore, alcune sceneggiature e anche l’idea originale che è alla base della trilogia De amores y delitos, frutto di una ricerca realizzata da Gabo nell’Archivo General de lndias a Siviglia, in Andalusia.



Incentrata sulla vita quotidiana alla fine del XVIII secolo, i costumi, gli usi giuridici e le profonde tensioni fra spagnoli colonizzatori, creoli, neri e indigeni che incubarono la lotta per l’indipendenza in Colombia. Le produzioni della trilogia – Bituima 1780, El alma del maiz e Amores Ilícitos – realizzate in formato 16 millimetri e presentate nel 1995 alla tv colombiana, furono una delle sfide più ambiziose della produzione audiovisiva nazionale. Il che non impedì loro di finire abbandonate per tre lustri negli archivi polverosi di varie produttrici.

Fino al ritrovamento fortuito da parte di una colombiana, in un magazzino di New York e al recupero e restauro incaricato a Señal Memoria dalla Fundación Patrimonio Filmico Colombiano.



Presentati per la prima volta in versione restaurata a Cartagena nel giugno 2019, ora i film fanno parte delle cinque perle, tutte con sceneggiatura o supervisione di García Márquez, proposte nella sezione Cinema e Letteratura al Festival del Cinema Latino Americano di Trieste. In programma da oggi al 15 novembre, la 35ª edizione, la più atipica a causa della pandemia, sarà interamente online sulla piattaforma Mowies.com.

In ideale sintonia con il realismo magico di Gabo Rodrigo Diaz, direttore artistico della kermesse, divenuta sotto la sua guida punto di riferimento della cultura latinoamericana, è riuscito nell’impresa di portare nella sezione competitiva le pellicole dopo il fortunoso ritrovamento. «Nel 1995 all’Avana, un gringo mi avvicinò proponendomi di portare la trilogia di García Marquéz a Trieste – racconta –. Accettai subito, ma poi non ne seppi più nulla. In realtà, nessuno ne seppe più nulla. Fino a un anno e mezzo fa, quando Alberto García Ferrer, ex direttore della Scuola di Cinema di San Antonio di Baños e segretario dell’Associazione di Televisione Educativa Iberoamericana, mi chiamò da Cartagena de las Indias per dirmi: “Ho un bauletto per te”. Con dentro le sceneggiature, servizi fotografici e i trailer della trilogia restaurata che si presentava là in prima mondiale. Ma per le autorizzazioni alla proiezione ho dovuto ottenere l’autorizzazione del Patrimonio Filmico Colombiano e scontrarmi con un Moloch burocratico. Mi hanno chiesto finanche il certificato di buona condotta, per fare breccia ho dovuto mobilitare 15 registi colombiani, ma alla fine siamo riusciti a portare i film a Trieste».



Le altre due chicche della sezione, due film messicani sceneggiati dal papà di Macondo, El año de la peste di Felipe Cazals – in cui un’epidemia sconosciuta si impadronisce di un villaggio, mentre il governo cerca invano di controllarla – di scottante attualità. E Maria de mi corazón, con cui il Festival rende anche omaggio al regista messicano Jaime Humberto Hermosillo, scomparso di recente.

«Nel cinema il tempo è crudele e mentre le opere letterarie possono essere lette e rilette, un film degli Anni Quaranta, Cinquanta o Sessanta del secolo scorso viene considerato vecchio – rileva Rodrigo Diaz –. Per questo propongo in concorso pellicole indipendentemente dall’età, per dare loro una possibilità di rilettura». E siccome non tutto il male viene per nuocere, l’edizione online potenzia la diffusione del Festival, con i 90 film in programma visibili sulla piattaforma in tutta Europa e nell’intero continente americano, in lingua originale e con sottotitoli in italiano e in inglese. —



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google