Addio a D’Orazio l’eclettico dei Pooh “Rinascerò Rinascerai” il suo ultimo dono
Vittima del Covid lo storico batterista del gruppo, aveva 72 anni Con lui se ne va quel sapore pop amato da famiglie e ragazze
Se n’è andato da solo come tutte le vittime del Covid Stefano D’Orazio, nel suo letto dell’ospedale romano dov’era ricoverato da qualche giorno per altre problematiche. Aveva 72 anni, lascia la moglie Tiziana Giardoni ma anche altri tre grandi amori di quelli che non si discutono: Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Red Canzian, gli altri tre Pooh con i quali ha condiviso 38 anni di musica che ha riempito di cori arene e case, dove tanta gente cantava Pensiero quando si sentiva spensierata, o Tanta voglia di lei quando voleva essere maliziosa. I Pooh hanno lasciato il campo nel 2016, ma anche i trapper conoscono almeno un pezzo di Noi due nel mondo e nell’anima; e un po’ di Pooh continua a vivere perfino dentro le persone più improbabili. Il cordoglio è grande.
Ironia della sorte, il testo della sua ultima canzone è stato pochi mesi fa, Rinascerò Rinascerai, su musica di Roby Facchinetti, bergamasco colpito nella prima fase della pandemia da ben 12 lutti familiari: una canzone di speranza nata in quella situazione drammatica, i cui proventi sono stati devoluti all’ospedale bergamasco Papa Giovanni XXIII.
Ironico, e sornione come ogni tipico romano, era Stefano D’Orazio, un figlio del Piper dei tempi dorati. Il più defilato dei quattro, forse perché per tanti anni se n’è stato a pestare sulla batteria, il mestiere fisicamente più usurante in una band (tranne che per Ringo Starr). Era il più eclettico di tutti, Stefano. Faceva molto altro per l’inossidabile ditta dell’amore: succeduto alla batteria a Negrini (il cosiddetto quinto Pooh) lo aveva affiancato e poi rimpiazzato come autore alla scomparsa; si occupò del marketing e degli affari della società, di non poco rilievo e complessità per quattro decenni. Aveva, intanto, sviluppato una forte passione per i musical: e fu proprio per seguire questo sogno, che nel 2009 semplicemente disse agli amici che non ne poteva più e scendeva dal gruppo.
Non seguirono cause né odii trumpiani, e anzi i tre compagni di una vita firmarono le musiche del suo primo lavoro, Aladin. Un ultimo colpo di vita della band fu dal 2015 al 2016, quando Stefano partecipa alla reunion per i 50 anni di carriera, e con lui l’altro ritorno clamoroso è quello di Riccardo Fogli, l’uomo di Piccola Katy, che se ne era andato dalla ditta (sostituito da Red Canzian) nel lontano 1973 per amore di Patty Pravo. Queste sì, che erano storie vissute dal popolo. Riempivano i rotocalchi, si scandalizzavano sorridendo le signore, in love per il bel Riccardo. I Pooh, senza di lui, vinsero ben più tardi Sanremo, nel 1990 con patron Aragozzini e Uomini soli.
Oggi, con l’addio di D’Orazio, viene spontaneo ricostruire la saga dei Pooh per quel che hanno rappresentato: una antinomia rispetto alla canzone d’autore e ai mood dei vari generi che si andavano succedendo seguendo le grandi correnti internazionali, tennero ferma la bandiera più squisitamente pop grazie all’impasto vocale dove spiccava l’ugola oltraggiosamente potente di Roby Facchinetti, e a canzoni che si incollavano nella testa e si prestavano a riecheggiare, con la tumultuosa vita sentimentale del quartetto (ne parla qui a parte Red Canzian), anche quella degli italiani che cercavano in quella musica niente più che una pausa alle ambasce, una messa in scena della loro vita segreta, una scusa per cantare in coro, come accadeva con questa band.
Il fatto è poi che i Quattro si mostravano grandi professionisti, sia nell’impasto vocale di gruppo sia singolarmente, e in Italia aprirono all’uso di tecnologie spettacolari sconosciute nel nostro Paese: nel 1975 furono i primi a usare i laser sul palco. Rendeva tutto possibile il fatto che da quello stesso anno avessero cominciato ad autoprodursi, con una struttura che supportava anche tour ai quattro angoli del mondo, con un culto ante litteram per il marketing, per gli anniversari e le celebrazioni.
I Pooh furono la canzone italiana di massa di quelle epoche, con sapori musicali che echeggiavano quanto si agitava sul mercato internazionale: e oggi Stefano, andandosene, si porta via quel sapore entusiasta di certezze di successi che accendeva le famiglie e le ragazze che accorrevano in massa ai concerti, mentre i decenni si succedevano. Show popolari e sempre più spettacolari, confezionati senza badare a spese, con serietà e sorriso, senza complessi di inferiorità nei confronti della musica d’autore: anche se, appena potevano, ricordavano Parsifal del 1973 che coltivava appunto ambizioni di quel genere. Ora non si esclude che possa nascere la voglia di un omaggio da tradurre in canzone, o spettacolo collettivo. —
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