La Nuova Ferrara

L'INTERVISTA

Sentimenti, arte e psiche nel romanzo di Daria Bignardi: «Con la voce di Münter, Galla si libera dal dolore»

Samuele Govoni
Sentimenti, arte e psiche nel romanzo di Daria Bignardi: «Con la voce di Münter, Galla si libera dal dolore»

È uscito “Oggi faccio azzurro”, il nuovo libro della scrittrice ferrarese. La protagonista è nata a Comacchio: «E voglio riportarla in laguna» 

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FERRARA. «Tutti i personaggi di questa storia sono spudoratamente sinceri, con un effetto piuttosto comico». Daria Bignardi con Oggi faccio azzurro (ed. Mondadori, 18 euro) lascia da parte gli angoli bui esplorati con Storia della mia ansia e si concentra sulle sfaccettature, tutte coloratissime, dell’essere umano. Attraverso la sua storia e i personaggi che la abitano, la scrittrice ferrarese esplora il rapporto con il dolore e, di conseguenza, anche con se stessi. In questo tempo incerto, fatto di presentazioni mancate, incontri digitali e certezze che scivolano, Bignardi racconta il suo nuovo romanzo.

Come nasce “Oggi faccio azzurro”?

«Guarda so la data precisa: è nato a Monaco di Baviera il 3 febbraio del 2018, il giorno che ho visto la mostra delle opere di Gabriele Münter, la pittrice tedesca per quattordici anni compagna di Kandinsky. Avevo già in mente da un po’ la storia di Galla, una donna che non riesce a farsi una ragione della sua separazione e si da tutte le colpe del fatto che il marito l’abbia lasciata. Gabriele Münter, nonostante sia morta sessant’anni fa, si è letteralmente imposta dentro a questa storia cominciando a parlare ad alta voce con Galla, a sgridarla e a punzecchiarla!».

Vite distrutte da ricostruire, arte, sentimenti e psicanalisi. Chi sono i protagonisti di questa storia e cosa cercano?

«C’è Galla, che è nata a Comacchio. Sua madre l’ha chiamata così in onore dell’imperatrice Galla Placidia e le diceva: “Ricordati che i Visigoti la presero in ostaggio e lei divenne la loro regina”. Poi c’è Nicola che va dalla stessa analista di Galla perché ha degli attacchi di panico che gli impediscono di prendere l’aereo, e Bianca che ci va perché non riesce più ad andare a scuola. Poi c’è la Voce di Gabriele Münter e ci sono i detenuti tossicodipendenti che cantano nel coro che frequenta Galla. Tutti sono alle prese con un abbandono ma in realtà il loro disagio potrebbe avere un’origine diversa da quel che sembra all’inizio».

Che donna è Galla? Il personaggio prende le mosse anche da aspetti che le appartengono o siete totalmente diverse?

«Galla fa un po’ rabbia e un po’ tenerezza. È stata una donna molto bella, lo è ancora, ma la bellezza non sembra esserle d’aiuto anche perché non ha mai saputo di averla. Come ti dicevo è di Comacchio e ha l’anemia mediterranea, che la rende pallida e magra: da piccola la chiamavano Ragno e lei si è sempre sentita un ragno, anche quando crescendo, proprio per via del suo viso particolare, viene notata da un agente di moda. Ha studiato al liceo artistico di Ravenna, voleva fare l’illustratrice, invece finisce per fare la fotomodella. Sembra essere inconsapevole di molte cose e si capisce che Galla è come un drogato che è rimasto improvvisamente senza droga, e che era affettivamente dipendente dal marito. I suoi dialoghi con la pittrice però a me fanno molto ridere».

Quindi, a differenza di altri lavori che stanno uscendo, questo non è “figlio” del lockdown?

«No, l’ho iniziato quasi tre anni fa, subito prima che uscisse Storia della mia ansia, a gennaio del 2018 anche se come ti dicevo è sbocciato a febbraio quando ho scoperto Gabriele Münter che misteriosamente aveva un sacco di cose importantissime da dire a Galla. Anche lei era stata lasciata in modo traumatico, cento anni prima. Durante il lockdown non ho quasi mai scritto, se non articoli per i giornali, e ho anche letto pochissimo. Non ci riuscivo, un po’ perché ero impegnata a pulire, cucinare e a curare il mio gatto che proprio in quel periodo si era ammalato gravemente, un po’ perché era un momento emotivamente totalizzante ed ero concentrata sulla situazione eccezionale che stavamo vivendo».

A primavera raccontò alla Nuova Ferrara che “la prima cosa bella” che avrebbe fatto riaperti i confini regionali sarebbe stata una cena in famiglia nel Delta del Po: c’è riuscita?

«Sono venuta a Ferrara a trovare mia sorella all’inizio di giugno - risponde -; dovevo restarci tre giorni e il primo sono andata a rivedere gli affreschi di Palazzo Schifanoia riaperto, poi avevamo in programma proprio quel pranzo nel Delta che avete ricordato, ma sono dovuta rientrare a Milano prima del previsto per il lutto di un’amica che ha perso il marito. Ci verrò la prossima primavera o la prossima estate: dobbiamo riportare assolutamente Galla a Comacchio».

Ripensando a quel periodo qual è stata per lei la cosa più difficile?

«Guarda, mi sento in colpa a dirlo ma io non sono stata male in casa, anzi. Trovo più difficile la socialità, a volte. Mi rendo conto di parlare da privilegiata perché il mio lavoro subisce meno di altri le limitazioni del confinamento e perché non avevo genitori anziani o figli piccoli di cui preoccuparmi».

Come vede e come vive la situazione oggi?

«Eh, peggio che in quel lockdown che nel suo assolutismo era in qualche modo netto, cristallino, interessante. Penso che questa situazione ibrida durerà ancora un bel po’ e dovremo per forza imparare a essere pazienti e rigorosi, cosa che a me per prima non viene facilissima».

Gli incontri con il pubblico sono vietati, le mancano? Ci saranno comunque delle presentazioni di “Oggi faccio azzurro”?

«Questa è l’unica cosa che mi manca molto, ora che è uscito il romanzo. Faremo diverse presentazioni online, ho cominciato lunedì scorso con Michela Murgia e fino a Natale sarò ogni lunedì su Facebook a parlarne con un autore diverso, ma incontrare il pubblico dal vivo è proprio un’altra cosa».

Sembra un po’ una domanda da “day after” ma... come sarà secondo lei il dopo pandemia?

«All’inizio della pandemia avevo pensato che saremmo usciti da tutto questo ipertecnologizzati, ora invece credo che ne usciremo con una gran voglia di goderci cose che davamo per scontate, come poter stare insieme a parlarsi, come il toccarsi un braccio mentre si parla, o stringersi un gomito. Io ho sempre toccato molto le persone con cui parlavo: ho dovuto imparare a non farlo. Nei Centochiodi di Ermanno Olmi si dice che “un caffè con un amico vale più di qualsiasi libro”: pensa a che bellezza poter unire le cose, i libri, gli amici, i lettori, magari anche un caffè, come accadeva nelle presentazioni dal vivo...». —

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