Il mondo contraddittorio secondo Dal Buono «Indago l’animo umano»
Oggi on line per Libraccio lo scrittore presenta “Siete tutti perdonati” Per capire l’oggi si parte dalla preistoria: l’attualità è ciò che resta di noi
L’INTERVISTA
L’Italia non è mai stato un Paese per puri. Lucrare sul buonismo di facciata, sulla carità della domenica a passeggio è l’idea della Beautiful Loser, la prima agenzia per barboni professionisti del pianeta. La trovata è di Walter, il protagonista del nuovo romanzo di Enrico Dal Buono, Siete tutti perdonati, edito da La nave di Teseo. L’autore presenta il libro con Ray Banhoff oggi, alle 18, sulla pagina Facebook di Libraccio Ferrara.
La società che emerge non è più quella de Le mille bolle blu cantate da Mina a ridosso del boom economico, ma sembra quasi il calco di una menzogna formato famiglia che perde lo smalto. Sotto la crosta dorata soltanto i sentimenti restano a definirci davvero.
Lei rappresenta una metropoli in preda alle contraddizioni. Ma perché focalizzarsi proprio sui clochard?
«Penso che i senza tetto siano vicini e al contempo lontanissimi dalla normalità delle nostre vite. Il parallelo con i Neanderthal, il secondo filo narrativo intrecciato al primo, non è causale. I Neanderthal vengono chiamati “i primi altri” e i clochard sono paragonabili a loro; pur essendo comuni, persino banali, per molti versi ci risultano incomprensibili sia quando lo si sono per scelta sia quando per sciagura. Per un anno ho fatto il volontario alla Caritas di via Sammartini, a Milano, rendendomi conto di quanto basti pochissimo per finire in quella dimensione esistenziale».
Chiama in causa i Neanderthal poiché sembra che fossero meno aggressivi e più altruisti dei Sapiens?
«Sono stato isolato dieci giorni con un’equipe di paleoantropologi dell’Università di Siena, guidata dalla ricercatrice Adriana Moroni, nella Grotta dei Santi vicino a Orbetello per entrare in contatto con il loro passato. Il libro si interroga su cosa sia l’essere umano e forse coincide con la sua lingua. Sembra che i Neanderthal parlassero diversamente da noi e perciò ho immaginato il loro come un linguaggio collettivo, che non scontasse il concetto spaziale di tempo».
La figura di Eva, innocente quanto coerente, si converte all’Islam tramite il rap. Com’è possibile che risponda con profondità a una serie di suoni tanto superficiali?
«In realtà, le rime del rap non hanno pause né soluzione di continuità. È un brodo sonoro, un primo stadio di avvicinamento al linguaggio dei Neanderthal. È il passo iniziale per affrancarci dall’idea di individualismo e di mortalità che ci opprime».
La paura della morte si è trasformata nell’ossessione di sé. E nel groviglio che raffigura, dove comunicare è sempre più difficile, i social non servono affatto a raggiungere gli altri.
«I social sono una costruzione fittizia dell’individualità e a tal punto che gli stessi senza tetto possono diventare influencer dall’ininfluenza più assoluta. È cambiato il concetto di merito - aggiunge l’autore ferrarese -, benché troviamo difficile ammetterlo. Il merito ormai va a peso, corrisponde al numero di follower di Instagram».
Dove sta il perdono del titolo? Dentro l’amore tra Eva e Walter?
«Per quanto bislacca e paradossale ho scritto una storia d’amore tra un imprenditore arrivista e una mistica sciroppata. E sebbene lei sia inutile per scalare la Milano bene ne è visceralmente attratto. È ciò che gli serve per una sorta di redenzione da anni di surclassamento del prossimo».
Che senso ha pubblicare una feroce critica sociale in un momento storico in cui il dandismo d’accatto dilaga sconfessando qualsiasi morale trascorsa?
«A una prima lettura salta agli occhi la critica, ma per me rimane una scusa. Mi interessava indagare l’essenza dell’animo umano, a prescindere dalla contingenza e dai motivi economici e culturali che ci stringono ai fianchi. La nostra attualità non fa altro che manifestare con più evidenza e più vigore quello che resta di noi dalla preistoria ad adesso. L’ambizione è che le parole si aprano all’assoluto». —
Matteo Bianchi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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