Gal Gadot: «La mia Wonder Woman è una donna vera, insegna a essere migliori»
L’attrice nel secondo capitolo della saga diretto da Patty Jenkins, il film punta a uscire in Italia a gennaio nelle sale se saranno aperte
l’incontro
Il destino del cinema è nelle mani di un supereroe. Anzi, di una supereroina, come è forse giusto che sia ai tempi del #Metoo. Wonder Woman, la donna delle meraviglie, diretta da Patty Jenkins e interpretata dall’attrice israeliana Gal Gadot, avrà la responsabilità di rivitalizzare il cinema, anche come luogo fisico, e dopo mesi di attesa e di ritardi uscire nelle sale, in Italia a gennaio, se saranno aperte, e non in streaming. Un’operazione che potrebbe dare ossigeno anche ai gestori dei cinema.
In questo secondo episodio della saga della DC Comics, Wonder Woman 1984, l’amazzone Diana si troverà davanti a una scelta importante, esistenziale. Prediligere i propri desideri, le proprie pulsioni o rinunciarvi per il bene comune? Domande serie, inserite nel contesto di un blockbuster che non si fa mancare effetti speciali.
«Credo che il tema sollevato sia molto importante - dice Gadot - anche di questi tempi dove un nostro gesto può influire sulla vita degli altri. Penso all’utilizzo delle mascherine o agli altri piccoli sacrifici personali che possono avere grande impatto su tutta la società. C’è chi li fa senza pensarci due volte e chi invece resiste, pensando che le proprie necessità possano esulare da quelle del gruppo, ma non è così. Siamo tutti connessi e il comportamento del singolo può fare la differenza. È solo una questione di scelta».
Una scelta che anche Wonder Woman fatica a fare.
«Il primo film ha raccontato il raggiungimento della maggiore età di Diana che diventa Wonder Woman e impara a conoscere i suoi poteri e la sua forza. Era il pesce fuor d’acqua e tutto era nuovo per lei. Ora la incontriamo più di sei decenni dopo, è cresciuta, ha imparato. È molto più matura e più saggia e comprende le complessità del genere umano. Ma è anche molto sola perché ha perso tutti i membri del suo team nel corso degli anni, oltre che il suo amato, ed è diventata una donna molto riservata, isolata dal mondo e con l’unico scopo nella vita di aiutare il genere umano a evolversi positivamente. Quando le si presenta la possibilità di cambiare il suo destino e ritrovare l’amore perduto, ma a un costo altissimo, è molto tentata, e come tanti altri rischia di fare la scelta sbagliata. È molto difficile essere eroi, ma a volte è necessario e non servono i super poteri per riuscirci».
Il film era nel cassetto in attesa di tempi migliori. I tempi migliori non sono arrivati ma uscirà comunque al cinema.
«Una decisione molto coraggiosa che condivido appieno. Questo è un film spettacolare, con sequenze cui abbiamo lavorato duramente per settimane e settimane che andrebbe visto al cinema, con altra gente e non da soli sullo schermo di un cellulare. Il cinema è condivisione, anche degli spazi e delle emozioni. Una cosa è ridere o piangere da soli, un’altra farlo in compagnia».
Che cosa rende diversa Wonder Woman dagli altri supereroi?
«Che è una donna vera e non si vergogna di esserlo. Non scimmiotta gli uomini, non combatte come gli uomini, non parla, non ragiona e non si comporta come gli uomini. È un punto su cui ci siamo molto concentrate. Sarebbe stato più semplice farlo, ma quando con Patty (Jenkins, la regista. ndr) ne abbiamo parlato abbiamo deciso che Diana non avrebbe dovuto snaturarsi e che sarebbe stato importante darle una sua unicità. Non uccide, non usa colpi bassi, non è vendicativa. Cerca sempre e solo di fare la cosa giusta e di insegnare a tutti ad essere migliori».
Supereroi di colore, gay, donne. Sono cambiati i tempi da quando si vedevano solo Batman, Superman e Spiderman. Perchè?
«Il cinema deve rappresentare la società e spesso deve essere strumento per cambiarla. Quando io ero una ragazzina non avevamo Wonder Woman, non c’erano modelli femminili così al cinema. Per una bambina era molto difficile immedesimarsi con i protagonisti dell’epoca. Quando ho visto per la prima volta il film completo, mi sono dimenticata di esserne parte, di essere Wonder Woman, di averlo prodotto, di averci lavorato e mi sono emozionata fino alle lacrime già alla sequenza iniziale quando una bambina di otto anni compete con i grandi e compete a modo suo, libera e indipendente. Mi sono sentita come una bambina anche io, una bambina di otto anni che guardava un’altra bambina di otto anni. —
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