La Nuova Ferrara

IL PERSONAGGIO 

Ferrara e la Chiesa rinascimentale Salviati, l’uomo alla guida del ’500

Micaela Torboli
Ferrara e la Chiesa rinascimentale Salviati, l’uomo alla guida del ’500

Il cardinale prese il posto di Ippolito I d’Este, morto per indigestione I suoi ritratti si trovano in Florida, Russia e Germania: non brillava per bellezza

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Cinquecento anni fa, il 2 settembre 1520, moriva a Ferrara un grande principe della Chiesa rinascimentale, il cardinale Ippolito I d’Este. Si tramanda che soccombette ad una banale indigestione. Era poco più che quarantenne e di strada (e “carriera”) davanti a sé ne avrebbe avuta ancora tanta, se non che... A Roma iniziò subito il risiko delle nomine, per sistemare le proprie forze migliori nella riottosa Ferrara, sempre pronta a creare problemi alla Santa Sede. Il vescovo di Ferrara in carica alla fine del secolo precedente era Juan de Borja Llançol, nipote del cardinale Borgia, poi papa Alessandro VI. Fu una nomina che mise temporaneamente fine alla controversia tra Ercole I d’Este ed i pontefici, che scagliavano sulla città scomuniche ed interdetti.

GLI SCENARI

Il duca ottenne anche la nomina a vescovo di Comacchio di Meliaduse d’Este, figlio naturale di Meliaduse di Nicolò III. Entrambi i Borgia morirono nell’agosto del 1503. Si creò quindi uno spazio adeguato al rango di Ippolito, che però ebbe solo l’incarico di amministratore apostolico, quindi una persona ecclesiastica che, secondo i codici di diritto canonico, governa “in perpetuo” o “ad tempus” (per un determinato periodo) una diocesi.

Questo accade ancora “per gravi e speciali motivi”, e tali cause furono, nel caso di Ferrara, chiare a tutti: la posizione ribelle degli Estensi nei confronti di Roma e delle pretese papali di ubbidienza e sottomissione da parte di chi governava Ferrara, sulla carta vicario del pontefice, bellamente messo in sottordine.

NUOVO INCARICO

Fino appunto al 1520: neppure un mese dopo il fatto luttuoso, papa Leone X incaricò, come aveva fatto Borgia, un suo nipote, Giovanni Salviati, della successione ad Ippolito I. Senza però crearlo vescovo, ma ancora una volta amministratore, una carica assai remunerativa che egli avrebbe ricoperto in diverse città, senza che la sua presenza in loco fosse mai costante. Infatti, dopo aver passato qualche tempo a Ferrara, all’incirca fino agli ultimi mesi del 1520, lasciò la diocesi in mano ad un suo vicario, come era d’uso, tornandovi di tanto in tanto.

LE OPERE

Di fatto era proprio Meliaduse d’Este ad imporre un proprio ruolo su Ferrara, sempre pronta al braccio di ferro con Roma. Giovanni (Firenze 1490) era figlio di Jacopo Salviati, sposo di Lucrezia de’ Medici, sorella di papa Leone X, nati entrambi nati dalle nozze tra Lorenzo il Magnifico e Clarice Orsini. Quanto Giovanni fosse gradito a Ferrara, lo si può dedurre dal fatto che suo padre fu procuratore papale per esigere dal duca le somme promesse a Leone X per qualsiasi causa. Nel 1523 venne eletto papa ancora un Medici e cugino di Giovanni, con il nome di Clemente VII.

Intanto Giovanni girava l’Europa per sostenere gli interessi papali, spesso contro Carlo V, che non lo apprezzava e gli impedì poi di diventare papa. Il cardinale era amico di Machiavelli, Ariosto e Michelangelo. Fu ritratto da Sebastiano del Piombo (il dipinto oggi è conservato a Sarasota, in Florida) e dal toscano Foschi (attualmente il quadro si trova al museo Puškin di Mosca in Russia), ma non poteva mancare una sua raffigurazione ferrarese, per mano del nostro Girolamo da Carpi. Nel quadro, che è esposto al Bode-Museum di Berlino, il cardinale, uomo ricordato non certo per il suo aspetto esteriorre, è raffigurato senza complimenti, insieme ad un segretario.

FINO ALLA FINE

Si capisce bene perché lo scultore Benvenuto Cellini, che aveva litigato con lui, scrisse nelle sue memorie che questo «cardinal bestia (...) aveva più viso di asino che di uomo». No, lo scultore proprio non si risparmiò. Salviati mantenne la carica ferrarese fino al 1550, quando si dimise. Tre anni dopo morì, a Ravenna.

Il suo corpo fu portato a Ferrara, nella basilica di San Giorgio, poi «secretamente» (come scrisse lo storico Barotti) in Santa Maria in Vado, e ancora nella sacrestia della Cattedrale, finché nel 1607, data riportata sulla lapide, ebbe infine pace, appunto nel massimo tempio cittadino. Trovò eterno riposo a destra dell’altar maggiore, accanto ai resti del cardinale Ippolito I, suo predecessore. —

Micaela Torboli

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