Il ritratto che strappa Faruffino all’oblio A Bologna l’opera dedicata al ferrarese
Il dettaglio apparteneva a una pala d’altare andata distrutta L’altro frammento appartiene ad una collezione privata
La Pinacoteca Nazionale di Bologna possiede una importante testimonianza artistica del Rinascimento estense. Si tratta del Ritratto di Alessandro Faruffino, probabile (ma ancora incerta) opera del pittore Giovan Francesco Maineri, parmense di nascita ma di origini ferraresi, attivo a Ferrara e Mantova tra 1489 ed i primi anni del 1500. Per l’autore, in passato, si fecero nomi improbabili, come quello di Tiziano e Pordenone, mentre darlo a Francesco Francia, come proposero alcuni, non era poi assurdo. Ma ormai vince Maineri. Il piccolo dipinto (centimetri 36x25,5) è quanto di più significativo ci è pervenuto di una grande pala d’altare perduta, che ornava la cappella della famiglia di Alessandro nella chiesa ferrarese di Santa Maria degli Angeli, distrutta dalle fiamme nel 1805, quando era già quasi in rovina. Della pala restano almeno due lacerti, il ritratto a Bologna e la parte dipinta con le mani dell’uomo, giunte in preghiera, che dal 1980 si trova in una collezione privata.
L’OPERA
È noto che il quadro in origine raffigurava la
Comunione di Santa Caterina da Siena e i donatori. Cioè lo stesso Faruffino e la moglie Caterina Machiavelli, il cui cognome, quasi sempre scritto Macchiavelli, va scritto con una sola c, quindi non con la lettera doppia “geminata”, uso che nasce da una pronuncia rafforzata presente specie in Toscana. Del resto, anche scrivere Niccolò Macchiavelli (il Segretario fiorentino, autore de Il Principe, forse parente dei nostri) è sbagliato, lui era Nicolò Machiavelli, cognome derivato da “mal (us) clavellus”, il “chiodo malvagio” di oscura derivazione simbolica variamente interpretata, e quattro chiodi d’azzurro sono nello stemma di famiglia. I Machiavelli/Malchiavelli ferraresi portarono invece tre chiodi di nero.
CINQUECENTO ANNI FA
La scelta del tema della pala voluto dagli sposi è dovuto certo al nome di lei. La santa senese era raffigurata con la corona di spine. Le fonti affermano poi che nella pala si vedeva il Diavolo calpestato dal piede di Caterina, ovvero l’episodio finale di uno dei Quattro Tormenti spiegati da Caterina nel suo scritto mistico
Dialogo della Divina Dottrina volgarmente detto della Divina Provvidenza, terminato nel 1378. È certo che nel dipinto la domenicana riceveva la comunione da un angelo, tuttavia il tema eucaristico è così variegato ed insistente nelle sue storie che sarebbe azzardato proporre altri particolari. Nel brano sopravvissuto vediamo Alessandro con i capelli corti come un valoroso romano di epoca imperiale, su uno sfondo che mostra un capitello di terracotta di stile corinzio-composito con un putto, applicato su un semi-pilastro. Fin da ragazzo dedicatosi alle armi, Faruffino fu capitano generale dell’esercito estense, intimo del duca Alfonso I. In veste di militare fu testimone del dramma accaduto all’amico Ercole Cantelmo, decapitato dai Veneziani davanti al padre, il duca di Sora, durante la battaglia della Polesella del novembre 1509. La tragedia è descritta con potenza dantesca da Ariosto, nel canto XXXVI, 7 dell’Orlando Furioso, e chiude così: «Salvossi il Feruffin, restò il Cantelmo». Alessandro continuò a servire il duca. Fu attivo nella svolta politica avvenuta 500 anni fa ad Aquisgrana con la prima incoronazione di Carlo V d’Asburgo, quella come Re dei Romani. Era il 23 ottobre del 1520.
IL MEDIATORE
Da qui s’innescò una serie bellica originata all’inizio dalla rivalità tra Carlo ed il re di Francia, Francesco I di Valois-Angoulême, entrambi giovani battaglieri, e proseguita dalle ambizioni temporali di papa Leone X de’ Medici, votato ad allargare il proprio dominio ovunque possibile. Una ad una le potenze europee vennero coinvolte, e Ferrara non poteva sfuggire alla morsa guerresca che stava per attanagliarla.
Nel 1520-1521 le cronache ricordano spesso il ruolo di Faruffino come mediatore, comandante delle truppe e uomo d’azione. Aveva palazzo su quella che un tempo era la Strada degli Angeli, oggi Corso Ercole I d’Este, e fu anche Giudice dei Savi. Saggia fu soprattutto la sua decisione di farsi ritrarre, così da lasciare memoria di sé ai posteri. —
Micaela Torboli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
