Epifania, festa con tradizione centenaria Dal 1473 i duchi pretesero doni dalla gente
L’Ente Palio ripercorre le cronache di Caleffini: Ercole I d’Este inaugurò il rito della “ventura” con cantastorie e musici
LA STORIA
L’Epifania è una festa di lunga tradizione a Ferrara. Non potendo celebrarla oggi come si è abituati, la Commissione storico artistica dell’Ente Palio della Città di Ferrara ha deciso di regalare un bellissimo viaggio nel passato, per raccontare come veniva vissuta la notte dell’Epifania nella Ferrara ai tempi di Ercole I d’Este.
Le preziose cronache di Ugo Caleffini ci consentono un autentico viaggio nel tempo, quasi sensoriale, catapultandoci nella sera antecedente il giorno dell’Epifania dell’anno 1473. Ferrara è tormentata dal freddo e da una neve incessante. Gli inverni di oltre cinquecento anni fa rappresentavano un flagello per i sudditi estensi, costretti a rimanere rinchiusi per settimane all’interno delle proprie case (tutt’altro che coibentate), dai cui tetti pendevano colossali stalattiti lunghe fino a terra, definite “giazoli” nei documenti. Le fosse attorno alle mura, i canali, le rogge e i fiumi (tra cui il Po) risultavano cristallizzati in ghiacci spessi anche mezzo piede (circa 20 cm), bloccando di fatto la circolazione delle imbarcazioni e il funzionamento dei mulini. Nelle campagne, il silenzio ovattato dal fioccare della neve era sovente interrotto dai gridi del bestiame che reclamava il foraggio e dal fragoroso schianto a terra di centinaia di alberi nei boschi circostanti, piegati dal peso della coltre. Congelandosi, il vino faceva esplodere le botti, ghiacciandosi così velocemente una volta versato nei calici che perfino i sacerdoti furono costretti ad annullare le messe, nell’impossibilità di celebrare l’atto eucaristico. Ebbene, nella tenebrosa quiete che raggelava gli animi di uomini, di donne, di vecchi e di bambini, in quella sera del 1473 si udì improvvisamente – uno strano rumore montante, provocato dallo scalpiccìo di decine di cavalli, dallo stridio delle ruote di carri, da note di strumenti musicali e dalle voci intonate di abili cantori. Chi era quella masnada di folli deambulanti tra le vie del centro in siffatte condizioni meteorologiche?
Occhieggiando e sbirciando dalle fessure di porte e finestre, i ferraresi trasalirono nel vedere il duca Ercole I d’Este in persona, illuminato come un dio dalle torce sorrette dalle guardie. Secondo Caleffini, in quella sera Ercole inaugurò il rito della “ventura”, replicato quasi sempre negli anni successivi, fino al termine della sua signoria nel 1505. Bussando energicamente alla porta delle case dei nobili (e degli “zudei”), il duca reclamava “semplicemente” un dono in natura, innescando quel formidabile meccanismo psicologico del “do ut des” che costringeva il malcapitato di turno a offrire tanto, nella speranza di essere contraccambiato adeguatamente dai favori ducali durante l’anno. Una sorta di Re magio, ma con funzione opposta.
quanti doni
Nonostante la fortissima valenza politica del rito (con il quale il sovrano consacrava platealmente la sua indiscussa autorità), la “ventura” avveniva in un contesto scanzonato, quasi goliardico, con la partecipazione della famiglia del duca, di cantastorie e musici, magari motteggiando il nobile con facezie irriverenti e sarcastiche o fomentando vere e proprie battagliole con lanci di palle di neve tra i venturieri e gli abitanti della casa visitata. Era ammesso colpire Ercole, i suoi fratelli, la moglie Eleonora e le dame di compagnia.
Dopo circa tre ore di questua, il quantitativo di doni accumulati su carri e slitte era sempre considerevole: per limitarci al giro del 1473, Caleffini annota 1.823 capponi, 103 pernici, 1 gru, 82 lingue di bue, 33 mortadelle, 62 “salzizoti”, 276 grandi forme di formaggio, 54 vitelli, 13 agnelli, 21 chili di cera, 7 “pampapati”, 13 “pan de zucharo”, 3 fusti di vino e tanto altro. Nel 1476 ci fu chi donò anche un castello di zucchero e due unghie “de tarabuso” (uccello palustre dal lungo becco), utilizzate come stuzzicadenti. Insomma, la mensa di corte poteva contare per qualche settimana su di un buon approvvigionamento. Il clima gaudente della “ventura” si concludeva l’indomani, il 6 gennaio, con un altro giro di questua e soprattutto con l’esposizione alla finestra del palazzo della Ragione di una maschera di cuoio e legno, accompagnata dalla lettura della relativa “grida”: il duca dava avvio al tanto atteso Carnevale, concedendo ai propri sudditi la licenza di travestirsi e di esorcizzare con la festa le inquietudini del “Generale Inverno”. —
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