Catanio, il pittore ferrarese che guardava a Caravaggio
L’artista ferrarese è un grande dimenticato, l’opera che lo ritrae oggi è a Budapest Tra misteri e “messaggi cifrati”, ancora poco si sa dell’autore morto nel 1665
Un dipinto misterioso, una frase enigmatica. L’autoritratto del pittore ferrarese Francesco Costanzo Catanio (o Cattani, e si trova anche come Cattaneo), conservato a Budapest al Szépmuvészeti Müzeum, il locale Museo di Belle Arti, lancia messaggi. L’uomo nel piccolo dipinto (cm. 52,5x44) scarno di colore e modulato sui neri, i bruni ed i bianchi, è più giovane che vecchio.
L’OPERA
Ha lunghi baffi con punte all’insù, a manubrio, e, con la “mouche” sotto il labbro inferiore che giunge fino ad un cenno di barbetta al mento, risulta un insieme perfettamente seicentesco: una foggia detta spesso “alla Van Dyck”, per via del pittore fiammingo (1599-1641) che usava ritrarre illustri personaggi dotati sul viso di questa foggia. Gli inglesi la chiamavano “Charlie” dato che il loro re, Carlo I Stuart (1600-1649), la prediligeva. Come il cardinale Richelieu. Sulla testa, a proteggere i lunghi capelli bruni ondulati, il soggetto porta un fazzoletto annodato. Un po’ alla Rembrandt, in un paio di suoi autoritratti. Il fazzoletto reca un vistoso nodo, che potrebbe riferirsi a un qualcosa di importante che il soggetto del quadro deve ricordare e lo comunica, seguendo quello che Umberto Eco chiamava «un artificio semiosico» (un complesso produttore di segni): infatti fare un nodo al fazzoletto era un metodo semplice per rammentare qualcosa, ed è rimasto proverbiale. L’effigiato indossa un sobrio abito nero, ornato da un candido “col à rabat”, colletto, qui semitrasparente, ribassato in due falde secondo la moda barocca e tuttora usato, ad esempio per le pettorine delle toghe degli avvocati e nell’abbigliamento dei pastori protestanti. Il quadro è stato a lungo ritenuto un autoritratto di Caravaggio, nientemeno. Accadde perché è presente nella parte bassa una scritta sconclusionata che recita: «Da Caravaggio io son pittor meschino/che il mio ritratto per un par di polli/quel lo vedete feci al Sansovino».
IL PERSONAGGIO
Troppo ghiotto il riferimento a Michelangelo Merisi da Caravaggio per far ragionare sull’aspetto del dipinto, per nulla affine alla sua mano. La svolta avvenne nel 1927, quando il celebre Roberto Longhi (in «Vita artistica», II) fece ben altro nome: è del ferrarese Francesco Costanzo Catanio, decretò. Dimenticatissimo, nato a Ferrara nel 1602, fu alunno dello Scarsellino in patria, e poi a Bologna di Guido Reni. Ancora, a Ferrara, apprese l’arte dal grande Carlo Bononi. L’aura di Caravaggio vela l’opera di molti suoi contemporanei, in visita a Roma Catanio ne valutò il peso nelle opere. Catanio viene spesso paragonato al Merisi. Violenza e sangue non mancano nell’arte di Catanio, ad esempio nei due enormi teleri presenti in San Giorgio, uno dei quali, la Flagellazione (1636 ca.) è un vero capolavoro. La scritta apposta in calce all’autoritratto di Bupadest, sempre che sia autentica o comunque coeva al dipinto originale, oltre a Caravaggio nomina Sansovino. Riguardo la citazione di quest’ultimo è ipotizzabile che si riferisse ad Accursio Baldi (1570-1627 ca.), poeta, scultore ed incisore, detto Sansovino perché anch’egli nato nel paese aretino. Come Catanio potesse essere stato collegato ai personaggi citati, o quale il senso della scritta, ancora non si sa. L’autoritratto, dati i presupposti, appartiene forse ai tardi anni Venti del XVII secolo. Come sia finito in Ungheria, resta poco chiaro. Catanio, morto a Ferrara il 3 luglio 1665, merita altri studi. —
(3 - continua)
Micaela Torboli
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