«Il mio Ricciardi misterioso e solitario» Guanciale racconta il suo commissario
La fiction ambientata nella Napoli degli anni Trenta del ’900 Il personaggio è nato dalla penna di Maurizio De Giovanni
Una potente contaminazione di generi – poliziesco, mystery e melò – per un racconto coinvolgente che, sullo sfondo di una Napoli negli anni Trenta del fascismo, indaga sul senso ultimo della vita e del dolore. Lino Guanciale, 41 anni uno degli attori più richiesti e amati dal pubblico di cinema e tv (reduce dai successi dell’ultima stagione de L’Allieva – esperienza dice per lui conclusa – La Porta Rossa, Non Dirlo al mio Capo), torna su Rai 1 questa sera e presta volto, voce e movenze al Commissario Ricciardi, la serie (produzione Clemart-RaiFiction) tratta dai romanzi di Maurizio De Giovanni (editi da Einaudi), con la regia di Alessandro D’Alatri (I Bastardi di Pizzo Falcone).
la serie tv
La fiction, scritta dallo stesso giallista napoletano con gli sceneggiatori Salvatore Basile, Viola Rispoli e Doriana Leondeff. «Ricciardi – dice Guanciale – ha un dono ereditato dalla madre che nessuno conosce, di raccogliere gli ultimi pensieri delle vittime di una morte violenta. Peculiarità che se da un lato è utile nelle indagini, dall’altro lo tormenta come uomo. Il suo sguardo sul mondo è la chiave di tutto». La madre, consapevole del carico di dolore che dovrà sopportare, lo ha avvertito prima di morire: «Non commettere il mio stesso errore, non avere figli, altrimenti li condannerai come io ho fatto con te». È, prosegue, «un personaggio che ritengo un autentico privilegio aver potuto interpretare, nel quale spero di aver dato il mio meglio – fa notare l’attore di origini abruzzesi – A causa del suo fardello, si isola ma è una difesa anche per le persone cui vuole bene. È un uomo empatico, con un grande senso del dovere, proteso verso gli altri e dotato di una sensibilità fuori dal comune. Ha un vissuto interiore pieno di emozioni e i suoi occhi, sono velati di malinconia, ma questo perché teme di far ricadere sulle persone che ama di più il peso della sua sorte». Napoli fa da sfondo alle storie e all’animo di Ricciardi, non cerca l’amore, ma incontra due donne, diversissime: la maestra Enrica (Maria Vera Ratti) e Livia (Serena Iansiti) – mentre la tata Rosa (Nunzia Schiano) gli consiglia di sposarsi per non pagare la tassa sul celibato. Si fida solo del brigadiere Maione (Antonio Milo), che ha come confidente Bambinella (Adriano Falivene), e del medico legale Modo (Enrico Ianniello), antifascista che rischia la vita. Nel cast anche Peppe Servillo, Fabrizia Sacchi, Mario Pirrello e Marco Palvetti. Occhi chiari, i capelli con la brillantina, un solo riccio sulla fronte, i vestiti impeccabili, Ricciardi è stata una sfida per Guanciale: «È anche una sfida grazie alla scrittura di Maurizio De Giovanni. Apriamo una finestra particolarissima su una Napoli inedita con il fascismo in piena espansione; l’attitudine eterna, dei napoletani, il coraggio, di sopravvivere alle sfide imposte da certe situazioni. Una città diversa da quella che siamo soliti vedere rappresentata. Spesso sentiamo anche parlare a sproposito solo della Napoli violenta e criminale dimenticando la cultura, la musica, il teatro. Ricordiamoci ad esempio questa è l’unica città invasa ad essersi liberata da sola dall’occupazione nazista. Grazie al coraggio, allo spirito di iniziativa, di tanti, tra questi moltissime donne». Nel primo episodio siamo a Napoli, 1931, primavera gelida di delitti. Il grande tenore Arnaldo Vezzi, famoso in tutto il mondo e amico del duce, viene trovato cadavere nel suo camerino del San Carlo prima della messa in scena di Pagliacci e Cavalleria Rusticana. È stato sgozzato con un frammento di specchio. —
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