Amadeus non lascia l’Ariston E sui figuranti si rimette al Cts
Contrordine: Amadeus non lascia. Il direttore artistico e conduttore del Festival di Sanremo, dopo l’alt del ministro Dario Franceschini alla presenza di qualsiasi tipo di pubblico all’Ariston che lo avrebbe spinto a fare un passo indietro, ha maturato nelle ultime ore la decisione di andare avanti. Resta convinto che la platea vuota possa penalizzare lo spettacolo, ma si rimetterà alle decisioni che prenderanno la Rai e il Comitato tecnico scientifico. L’idea di fondo su cui in queste settimane Amadeus ha lavorato con la sua squadra è stata la realizzazione di un grande spettacolo in un teatro assimilabile a uno studio televisivo dove – come chiariscono anche le Faq pubblicate sul sito di Palazzo Chigi – la presenza del pubblico è ammessa, come peraltro accade in diversi show della Rai e della concorrenza. Ma dopo giornate di forte tensione, di amarezza, di sensazione di isolamento, a mente lucida è prevalso nel conduttore e direttore artistico il senso di responsabilità per il proprio ruolo: far saltare Sanremo significherebbe mettere in seria difficoltà tutti coloro che ci lavorano, l’industria discografica che spera in un segnale di ripartenza, la Rai stessa che grazie al festival lo scorso anno ha messo in cassa oltre 37 milioni di ricavi pubblicitari. Di qui la decisione di Amadeus di fare un passo avanti, in vista del 2 marzo: sarà l’azienda, in base al protocollo organizzativo e sanitario con cui a Viale Mazzini si sta cercando un punto di equilibrio tra le indicazioni del governo e quelle degli esperti, e sarà il Cts a decidere sulla presenza o meno di figuranti in sala e sulle modalità in base alle quali l’evento possa svolgersi in sicurezza. Quella sicurezza che non può non restare al primo posto anche per chi sta lavorando al festival per amore del pubblico e per regalare agli spettatori un momento di leggerezza.
In sintonia con il “sì” al Festival è anche Fiorella Mannoia. «Sanremo è un’industria che dà lavoro, dietro Sanremo c’è una macchina enorme che lavora. Capisco l’eccezionalità della situazione, ma non è così semplice. Ci sono case discografiche, c’è lavoro, c’è ricerca, ci sono musicisti che suonano, arrangiatori, contratti. Bisogna stare attenti quando si dice “rimandiamolo” o “se si fa’ non si fa è uguale”; non è così». È invece più cauto, nel suo giudizio, il paroliere, produttore discografico e scrittore Giulio Rapetti, in arte Mogol. «L’Ariston è un teatro e come tutti gli altri è sottoposto alle limitazioni imposte dalla pandemia. Viviamo un periodo difficile e nessuno deve essere messo a rischio: le regole devono essere uguali per tutti, non servono certo forzature». Così si è espresso Mogol, che è anche presidente della Siae, dopo un incontro avuto ieri col ministro Franceschini, auspicando «che i settori della musica e dello spettacolo possano rapidamente tornare in scena in sicurezza». —
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