Scardino, disarmata bellezza I misteri di una pittrice schiva
Nacque a Forlì nel 1916, negli anni Trenta frequentò Ferrara e i suoi artisti Nonostante il talento alla carriera preferì l’insegnamento: è morta nel 2006
Un autoritratto inquietante. Vera Scardino, pittrice, appuntamento a Ferrara: per uscire dall’ombra. Leggendo uno scritto a lei dedicato di recente da Lucio Scardino (ne Il Ducato. Terre Estensi, n. 47, luglio/sett. 2020, pp. 125-130), aleggia un’impressione non positiva sulla gestione del proprio talento da parte di una donna dotata, ma che, vinta da un carattere umbratile e orgoglioso, non ha avuto la forza di imporsi. Nata a Forlì nel 1916, si formò a Modena, quindi passò a studiare a Bologna con Morandi e Guidi. Ferrara, poi, la vide confrontarsi con pittrici affermate ed ambiziose come Mimì Quilici, Leonor Fini e la Frai, che spiccavano alla grande, nell’ambiente del circolo cosmopolita di Achille Funi che la influenzò nel profondo. Piacque all’autorevole critico ferrarese Corrado Padovani. Vinceva premi di piccoli concorsi locali, sempre gradita, mai emersa con piglio. Per lavorare, ma anche perché vocata, trascurando la pittura si dedicò all’insegnamento alle superiori, il che significa di solito mettere da parte la carriera.
SFONDO PARLANTE
Il suo autoritratto “incompiuto” degli anni ’30, in collezione privata, parla di demoni. L’artista, che cerca il contatto visivo con lo sguardo altrui, vi appare vestita in modo semplice, con una camicia bianca chiusa fino al collo ed un lungo cardigan turchese. Capelli neri lavati in casa, alla maschietta ma senza civetteria, niente gioielli, non un filo di trucco. Alla mano di Vera manca il pennello, ma si comprende che le dita avrebbero dovuto reggerlo, il che è simbolico, e sembra voluto. L’incompiutezza è autentica, o l’assenza del pennello allude ad una fase di dramma intimo? Come voler dire: ecco, mi sento disarmata, priva di quanto mi serve per far valere la mia arte. Lo sfondo è parlante. Rappresenta una donna dalla treccia bionda seduta su una sedia con braccioli, vestita di arancione. Ma la figura è rovesciata, e ha dimensioni enormi rispetto al corpo di Vera, che ne viene quasi fagocitato. Il quadro, piccino (cm. 48x39), riesce però a dare l’impressione di gigantismo. È un “quadro nel quadro”. Un mare di pittura, come onde in tempesta, spinge Vera al margine. Per definire l’arte della Scardino si è evocato un influsso del pittore toscano Gino Severini (1883-1966), ed in effetti in un dipinto di Vera, Picnic sul Frignano, del 1960, ci sono vicinanze addomesticate, sia cromatiche che compositive, con la sfavillante Danza del pan-pan al Monico di Severini (il Monico è un bar di Londra, fondato nel 1877 da due fratelli italiani, il pan-pan era una danza francese) datato 1911, capolavoro futurista distrutto durante la II Guerra mondiale e da lui ridipinto da nel 1959. La replica è oggi al Centre Pompidou di Parigi.
IL TOCCO DI CASORATI
Proprio da Ferrara Vera ebbe un’occasione di rivincita, esponendo alla IV Biennale Donna del 1990 a Palazzo dei Diamanti, come testimonia il catalogo della mostra curato da Anna Maria Fioravanti Baraldi e Francesca Mellone. Vera aveva sviluppato solo in parte un linguaggio proprio, originale, e oltre a Severini, si evoca nelle sue opere il tocco di Felice Casorati (1883-1963), in modo da inserirla nelle correnti artistiche novecentesche legate al realismo, talvolta “magico”, nelle sfumature più legate all’introspezione ed al sentimento di vuoto e straniamento. L’assenza di un catalogo delle sue opere impedisce che ci si possa avventurare in un bilancio di quanto produsse. È morta a Modena nel 2006. —
(4 - continua)
Micaela Torboli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
