Turchi, una vita difficile Con le sue opere ha narrato la quotidianità
Il pittore ottocentesco rimasto prigioniero della storia Amava Tasso e i romanzi medievali, fu illustratore di libri
L’autoritratto del pittore ferrarese Gaetano Turchi, del 1847 (Ferrara, Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea), fornisce precisi indizi sul suo gusto. Il colore vi è quasi assente. Una stretta bicromia tra bruni e bianchi si scioglie solo nel libro coperto di marocchino rosso stretto nella mano insieme al pennello. Il giovane, dai leggeri baffetti, trentenne di poca salute come testimonia il romantico pallore, propone alti ideali con i quali compararsi. Indossa infatti una berretta detta “alla Raffaello”, una specie di basco di velluto nero della foggia con cui Raffaello Sanzio aveva spesso ritratto sé stesso, non dissimile anche al coprocapo preferito da Tiziano, Rembrandt, e innumerevoli altri pittori, prima e dopo. Una moda senza tempo.
FUORI DAGLI ABISSI
Anche nell’Ottocento era un modo di “vestire artisticamente”, come si legge nelle biografie di artisti coevi a Turchi (ad esempio Palizzi), con giubba di velluto nero, berretta coordinata e camicia bianca. Turchi è talmente ignorato dagli studi da essere assente persino da Wikipedia, dove non si nega una voce quasi a nessuno. Qualche anno fa la collezionista Anna Maria Boari Ghe, lontana parente di Turchi, promosse un tentativo di revival dell’opera dell’artista, che comprese tra l’altro la pubblicazione di un volume incentrato su di lui. Gaetano discendeva da una famiglia di modesti ed obliati artisti, con qualche ambizione di essere riconosciuti come parenti dei nobili Turchi, estinti nel 1.622 nella figura del marchese Cesare Turchi. Ed anche i maestri di Turchi non brillano ormai più per notorietà: Gaetano Domenichini a Ferrara, e Giuseppe Bezzuoli a Firenze, di stretta ortodossia accademica, quindi si esercitava soprattutto alla copia dei capolavori del Rinascimento. Si recò a Roma per approfondire il classicismo, derivandone un inevitabile neoclassicismo, insieme a neoguelfismo, ingenuo purismo, romanticismo all’italiana di scarso nerbo: rivisitazioni eclettiche, piene di malinconia per un passato che non si riusciva a surclassare con qualche novità. Giusto il neoguelfismo aveva spunti più sfaccettati, perché legato maggiormente anche alla politica, spinto da figure come Vincenzo Gioberti. Ma certo non si trattava di brividi rivoluzionari, anzi si spingeva per ideali ed atteggiamenti clericali allo scopo rafforzare il ruolo della Chiesa. Turchi dipinse quadri di tema religioso e letterario, amava Tasso ed i romanzi di ambiente medievale, che descrisse nelle sue tele. Restano anche ritratti femminili, assai poetici.
VITA DI TUTTI I GIORNI
La quotidianità lo interessava, soprattutto avvenimenti tragici, come l’inondazione del Po dell’autunno 1839, che invase con violenza la pianura padana travolgendo cose e persone: a Pontelagoscuro l’idrometro si mantenne sopra il livello di guardia per due mesi. Turchi però non ingranava. Ripiegò sulle lezioni private e le illustrazioni per libri. Fu suo un importante disegno del ritratto di Giacomo Leopardi su letto di morte, spesso usato nelle edizioni delle opere del recanatese, tratto dalla maschera funebre del poeta mancato a Napoli il 14 giugno 1837, poi inciso da Luigi Errani e, in altra versione, da Filippo Livy. Maschera dalla storia che cela un giallo intricatissimo e tensioni tra chi lo visse, fatta eseguire dall’amico del poeta, lo scrittore partenopeo Antonio Ranieri. Turchi visse drammi terribili: in un paio d’anni perse i suoceri, il figlio Adolfo di 5 anni, e la moglie Leopolda. Di lì a poco, a Firenze, morì anch’egli. Era l’11 ottobre 1851. Ferrara gli ha intitolato una strada, che dal Sottomura Est si perde nella campagna. —
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Micaela Torboli
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